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Solo ai Festival. Solo ai Festival capita di imbattersi in film come Betrayal, stramberie sperimentali che mischiano registri – melò e thriller, tragico e grottesco -, identità dei personaggi e piani temporali in cerca di riconoscimento autoriale, fornendo alle rassegne l’opportunità di un riferimento per la diversità e l’avanguardia, e mettendo quindi al proprio posto anche il resto dei titoli, quello che segue vie più tradizionali.

Il film del russo Kirill Sebrennikov, che ha aperto il concorso della 69° Mostra del Cinema di Venezia, racconta una storia di tradimenti sessuali e vendette, partendo dall’incontro tra una dottoressa e un suo paziente, cui la donna confessa che i relativi coniugi hanno una relazione clandestina. I due, a loro volta, finiscono a letto assieme, e intanto pensano a una sanguinosa vendetta che poi si compie – non si capisce però se per caso o per volontà.

Il film, partito come un melò, qui sembra trasformarsi in un giallo, e tuttavia poi diventa ancora altro, una commedia dell’assurdo (per la malinconia del marito la donna mangia i suoi peli, rimasti attaccati al lavandino, poi si rade il petto con la schiuma da barba, ride isterica, sviene, s’arrabbia), un dramma della colpa, un contenitore di paradossi temporali (cinque anni passano all’interno della stessa sequenza, simboleggiati da un cambio d’abiti). Fino a che la storia si chiude in chiave noir: le pene d’amore hanno trasformato la dottoressa in un’incarnazione della Morte e della Pazzia (non è un caso che dopo il primo incontro con lei, il suo paziente assista a un assurdo incidente, con un SUV che si schianta senza ragioni su tre persone immobili).

Di questi film non si sa mai bene che dire, benché siano in fondo quelli che maggiormente valorizzano il ruolo del critico. Qui si apprezza l’intensità dei picchi tragici, la libertà del metodo narrativo, l’algida brutalità nella messa in scena delle morti, certe inquadrature particolarmente ricercate, le molte panoramiche che allungano i piani sequenza. Ma poi? Ma poi niente, l’impressione che resta è che sia cinema di lievissima importanza.

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