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Ottavo giorno della Mostra del Cinema di Venezia: insieme a Bella Addormentata è stato presentato in concorso Spring Breakers di Harmony Korine.

Spring Break, ovvero “vacanze di primavera”, tradizione americana: una boccata d’ossigeno dai corsi di studio per quattro teenager su di giri: Brit (Ashley Benson), Candy (Vanessa Hudgens), Bess (Heather Morris) e la timida Faith (Selena Gomez), timorata di Dio fin dal nome e dalla capigliatura (mora tra le bionde ossigenate). Obbiettivo: un party a cielo aperto sulla costa atlantica – da qualche parte in Florida – alcool, hip-hop e cocaina 24 ore su 24. Mancano però i soldi per arrivare sulla spiaggia e affittarsi una stanza nel condominio-discoteca: come li tiriamo su? Rapinando una tavola calda, con in pugno un martello e una pistola ad acqua, e il passamontagna che ci copre le meches. Il colpo fila liscio, la festa comincia, ma dopo una settimana di follia nel condominio-discoteca arriva pure la polizia: le quattro teenager su di giri finiscono dietro le sbarre (in bikini). A tirarle fuori ci pensa Alien, un rapper-pianista-gangster (James Franco, allucinato e allucinante), con i denti d’oro, la collezione di mitra e una passione musicale per Britney Spears. Per le ragazze è il momento di fare il salto: spaccio di droga e omicidio sono lo sballo definitivo per uno spring break come si deve.

Tabula rasa. Arriva Harmony Korine, e fa tabula rasa del Festival, facendo sembrare tutto il resto molto peggiore o molto migliore di quanto non sia. Come se qualcuno irrompesse a un funerale, tirasse una pizza in faccia al prete, e si mettesse a ballare la break dance sulla tomba del defunto. Però benissimo, una cosa da perdere la fede, o da recuperarla.
Korine non fa cinema spazzatura, come dice qualcuno: è uno che mostra la spazzatura della società attraverso il cinema. Ed è oltraggioso. Tu passi una settimana al Festival a convincerti che per raccontare la crisi economica e morale sia necessario un minimalismo contrito, quasi miserabile, e poi arriva Korine. Che la racconta altrettanto bene, forse meglio, mostrandoti ragazze in topless e rapine a mano armata. Ohi ohi, ma come?

Allora, ricominciamo. Quando si parla di Korine, si parla di Werner Herzog e Larry Clark. Il primo lo ha consacrato autore, con i suoi elogi e recitando per lui. Il secondo è stato a lungo il suo sodale artistico, compagno di marachelle (sesso barely legal a non finire nei film di Clark scritti da Korine, da Kids – opera manifesto – a Ken Park) e di visione (l’Apocalisse è ora, e i ragazzini sono la sua incarnazione), fino a che Korine non si è dissociato da Clark sostenendo, niente meno, che girasse quel che girava solo per vedere degli adolescenti nudi.

Il cinema di Korine è sempre stato cinema del disagio, di grana grossa, brutale. Cinema pieno di disadattati, deformi, scoppiati. Il recente Trash Humpers (già il titolo…), è quasi invedibile. Qui invece Korine sembra allinearsi allo sguardo sulla Doom Generation di Gregg Araki, con un piacere per il ricamo pop (c’è una strage al ralenty al ritmo di Everytime!) che finora non gli apparteneva. Il risultato è di forte contrasto tra l’aspetto patinato e la la sostanza, che è greve, a momenti inaccettabile (le ragazze tra un’orgia e l’altra chiamano la nonna con voce flautata, o frequentano corsi di catechismo, o vaneggiano un futuro migliore). Da qui le polemiche: come lo vede, un film così, un genitore? Le ragazze (SPOILER) nemmeno ci restano secche, tutt’altro, alla fine se vanno in Ferrari (FINE SPOILER). Ma come, e la morale? Che penseranno le mie bambine? E l’emulazione?!!

La morale è che ci sono pezzi di mondo (per lo meno della provincia americana) in cui non c’è modo di tenersi attaccato un figlio, di proteggerlo dalla fascinazione nichilista, perché siamo già oltre il nichilismo: l’Apocalisse (quella di Araki) si è consumata, e quel che resta è solo un brodo di droghe, armi e cultura pop; di ambizioni chiare e autodistruttive. Non si può recuperare niente, perché un recupero passerebbe per una spiegazione, per un confronto: ma qui non c’è nulla da capire, le spring breakers di Korine vanno dritte per la loro strada, moderatamente consapevoli, moderatamente acculturate, arrapate, svestite. Nessun mito del progresso, nessuna illuminazione: una parte della popolazione ha deciso che quella è la sua strada (“ho deciso che volevo essere cattivo”, spiega Alien, e la scelta sembra perfettamente ragionevole alle ragazze). Chi sopravvivrà, farà – magari – altre scelte: ma di lì si passa.

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