Era la notte di Natale del 1977 quando Charlie Chaplin si spense a Corsier-sur-Vevey (Vaud), in Svizzera. Qualche mese più tardi due balordi ne trafugarono la salma, chiedendo alla famiglia un ingente riscatto per poter costruire un garage.
Questa la storia vera a cui Xavier Beauvois si ispira, riscrivendola, preferendo cambiare i due protagonisti e le motivazioni di un gesto tanto folle.
Eddy e Osman sono due immigrati: il primo, appena uscito di prigione, è un belga con la passione per i libri e il vizio della cleptomania; il secondo un algerino che si barcamena tra vari lavoretti per il comune, non abbastanza per riuscire a garantire alla figlia una sistemazione più dignitosa di una baracca e alla moglie, ricoverata in ospedale per un problema all’anca, la somma necessaria a pagare l’operazione.
La soluzione gliela fornisce proprio Chaplin, “l’amico dei poveri”: perché non rubare la bara ed estorcere alla famiglia il denaro di cui hanno bisogno? Il colpo di genio, manco a dirlo, è di Eddy, affascinato dalle immagini dell’attore che scorrono sullo schermo della tv nelle tante celebrazioni a lui dedicate. Osman, inizialmente restio, cede alla proposta dell’amico di una vita (e – si scoprirà – a cui deve la vita), soffocato dalla disperazione e incapace di consolare una bimba che vuole la sua mamma.
Da qui parte l’avventura di questa strana e improvvisata coppia criminale, a cui proprio quella parte non riesce (come potrebbe essere altrimenti). Un po’ à-la I soliti ignoti, il loro colpo non mancherà di sorprenderli come una delle tante gag del celebre defunto.

Il regista di Uomini di Dio si cimenta questa volta con una commedia – La rancon de la gloire (Il prezzo della gloria) è la prima del Concorso veneziano – che ha i contorni di una favola in cui non esistono buoni o cattivi, spesso sono i bambini a dar lezioni ai genitori e nessuno finisce per farsi veramente male, ma che ha anche l’anima malinconica dei film dello stesso Chaplin. Il regista ne dissotterra la maschera tragicomica, per ricordarci che tutti, nella vita, siamo un po’ Charlot. Echi chapliniani – presi in prestito da Luci della ribalta: vedi “l’intrusione” di un circo itinerante guidato da Chiara Mastroianni, la figura del clown, la ballerina – si sommano alle note, imprevedibili e talvolta stordenti, del compositore Michel Legrand e ai primi piani di Benoît Poelvoorde (qui nella sua versione comica, già mostrata in Niente da dichiarare? di Bany Boon) e Roschdy Zem in un film rocambolesco, che non fa economia dal punto di vista narrativo (qualche sequenza in meno non avrebbe tolto nulla al racconto) ma tutto sommato diverte, lasciando una piacevole sensazione in bocca.
In fondo, è la storia di “due clown che volevano recitare Amleto”, come il loro avvocato declama in tribunale e nell’epilogo del film. E che invece hanno scoperto di essere perfetti nel solo ruolo di clown, almeno uno dei due.

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