I fatti
1965. Il governo indonesiano viene rovesciato dall’esercito, che impone una dittatura militare. Un milione di dissidenti veri o presunti – contadini, intellettuali, sindacalisti, genericamente bollati come comunisti e accusati di crimini surreali (non pregate, vi scambiate le mogli) – vengono sterminati dagli squadroni della morte, gruppi di civili formati da piccoli delinquenti e controllati dall’esercito. Hanno carta bianca: le vittime sono scannate, fatte a pezzi, gettate nei pozzi o nei corsi d’acqua, dove i pesci si nutrono di cadaveri (“chi avrebbe mangiato pesce a quell’epoca?”, scherza uno dei carnefici).
Il punto è: in Indonesia non ci sono state altre rivoluzioni, i responsabili del massacro sono ancora al potere. E gli esecutori materiali sono un’elite ricca e temuta, con cui i supersititi sono costretti a convivere.

Oppenheimer è un texano che vive in Danimarca e sul tema aveva già girato un documentario, The Act of Killing, concentrandosi sugli assassini, chiedendo loro di inscenare lo sterminio. Stavolta sceglie una storia tra le tante, e fa incontrare i primi con le loro vittime.

Una storia tra le tante
Ramli viene pugnalato. Sopravvive, si trascina nelle risaie, arriva a casa. La madre lo mette su un letto, ma non sa curarlo (“Aveva gli intestini che gli fuoriuscivano”). La mattina dopo gli uomini del Komando Aksi tornano a prenderlo, dicono di volerlo portare in ospedale. Lo conducono invece sulle sponde dello Snake River, una specie di mattatoio a cielo aperto. Lo accoltellano di nuovo più volte al fianco, ma lui ancora respira e si aggrappa ai  rami di un albero. Allora lo fanno chinare e gli passano la lama di un machete sotto le gambe, tra i testicoli e la schiena, poi con un calcio lo spingono in acqua.

Il fratello di Ramli con uno dei carnefici

E se avessero vinto i nazisti?
Rintracciata la famiglia del  ragazzo, Oppenheimer non ha problemi a trovare gli esecutori. I vertici del Komando sono oggi celebrità locali, politici e autori di libri (illustrati!) che raccontano le loro gesta e dettagliano le tecniche di sterminio.
Il fratello di Ramli è un’oculista, costruisce occhiali, anche per questi reduci. Mentre fa loro provare le lenti, li interroga. E questi raccontano.

“Alcuni avevano ucciso così  tanti uomini che impazzivano, salivano in cima alle palme e si mettevano a pregare. Per non impazzire dovevi bere il loro sangue. Se bevevi il sangue potevi fare qualsiasi cosa. Bastavano due bicchieri al giorno. Così io non sono impazzito”.

“Se tagli il seno di una donna sembra un filtro per il latte di cocco; è tutto bucherellato”.

“Quel che abbiamo fatto? Non abbiamo fatto niente di particolare. Erano comunisti, erano persone cattive, e noi facevamo quel ci diceva l’esercito. Se sono persone cattive è giusto farle a pezzi”.

La fine del linguaggio
Le dimensioni della tragedia sono tali che The Look of Silence, prima ancora che un film sul vedere le cose per come sono, è un film sul linguaggio.
Mentre molte delle vittime insistono sul lasciare nel passato ciò che è passato, investendo quindi sulla rimozione, gli assassini contemplano ancora oggi l’orrore come una bandiera, un vanto nazionale. Ci possono convivere perché gli sono state date parole per verbalizzarlo. Il contrasto che si crea tra il fratello di Ramli e i killer che parlano con lui, è un contrasto etimologico. L’oculista usa le parole –  propaganda, omicidio, bugie – secondo la loro origine storica. Noi ne riconosciamo l’umanità perché abbiamo gli stessi codici di senso. I killer invece le stravolgono, e quando dicono “giustizia”, “comunismo”, “normalità” e “follia”, non sappiamo letteralmente di cosa stanno parlando (viene in mente quella puntata di Ai confini della realtà in cui improvvisamente un uomo si trova in un mondo dal linguaggio mutato, in cui “colazione” si dice “dinosauro” e “cane” diventa “mercoledì”). L’anomalia verbale è l’abito dell’anomalia sociale e ontologica, come d’altra parte accade sempre (i magnifici graphic novel di Guy Delisle girano tutti attorno a questo, leggete ad esempio Pyongyang) . E quando l’oculista obbliga i suoi interlocutori a confrontarsi con questo deficit di senso, o si sente minacciare (“Tu stai parlando di politica, non va bene”) o ottiene dei momenti di terribile intimità (l’abbraccio con la figlia del vecchio assassino, e con l’uomo stesso).

La vita non è un film?
The Look of Silence ha un valore documentario e un valore narrativo, entrambi straordinari. Il racconto dell’orrore è qui anche il racconto di una famiglia, ne ha la profondità storica e le piccole intimità commoventi. E Oppenheimer è pure un’esteta, quindi le immagini domestiche o notturne che sceglie sono elaborate, bellissime.
Ci si domanda piuttosto, vedendo il film nello stesso giorno dell’ottimo Birdman, come le due opere possano convivere in competizione. Lavori come quello di Oppenheimer sono sempre destinati a vincere nel confronto, perché ci riguardano in modo più diretto e più urgente, inchiodano lo spettatore a una presa di coscienza e posizione.
Eppure non è nemmeno giusto che a vincere i Festival siano sempre i Farenheit 451 o i Sacro Gra. Una volta di più, tocca porsi il problema.

La madre e il padre di Ramli

 

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