Giacomo Leopardi è un bambino prodigio capace di risolvere, in pochi secondi, difficilissimi problemi matematici. Già i primi istanti del film bastano per farci comprendere la straordinarietà del protagonista. Lo ritroviamo anni dopo, ormai più che adolescente (interpretato da un bravissimo Elio Germano) che studia insieme ai suoi fratelli nella casa paterna, all’interno del piccolo borgo di Recanati (fotografato a tinte pastello e spesso incorniciato dalle finestre di casa Leopardi).

Il giovane favoloso segue le vicende del poeta partendo dalla sua terra natìa e seguendolo nei suoi spostamenti per l’Italia, da Roma a Napoli, passando per Firenze, e fino a Torre Del Greco, dove morirà. Gran parte della narrazione si concentra sul rapporto di amicizia tra Leopardi e l’amico Antonio Ranieri (Michele Riondino) che si prenderà cura del poeta fino ai suoi ultimi giorni, ed è intervallata da momenti di recitazione (quasi scolastica) dei canti più famosi.

Ma Leopardi non era un uomo come tanti e Mario Martone ha voluto trattarlo come se lo fosse. Il regista, nell’indagare la quotidianità del poeta, si sofferma a lungo sulle prepotenze del padre (il conte Monaldo, che ha il volto di Massimo Popolizio) e sulla religiosità bigotta e superstiziosa della madre (Adelaide Antici interpretata da Raffaella Giordano), sembra voler cercare negli ambienti e nelle circostanze una giustificazione per tanta grandezza, ma in realtà non fa altro che abbassare il Conte a una dimensione che non gli spetta, non gli è mai spettata e mai gli spetterà.

Nel Giovane favoloso si ricerca l’umanità di Giacomo Leopardi, ma la si vuol far derivare dalla materialità (che non va confusa con materialismo) e non dal pensiero. Sembra si voglia rivendicare che Leopardi era un ragazzo qualsiasi, con una memoria eccezionale, un’educazione rigida, il passatempo della poesia e con la sfortuna di essere nato in un piccolo paesino dello stato pontificio. Il genio è totalmente dimenticato.

La volontà di scavare, per comprendere la genesi delle operette, dei canti, delle canzoni, diventa un togliere senza approfondire. Il romanticismo, la ricerca della bellezza, la filosofia, il sentimento, sono del tutto tralasciati e favore di una descrizione della malattia, delle amicizie, della dipendenza dal gelato. Ciò che rimane è un Leopardi sempre più ingobbito (ma comunque troppo bello), piegato dal peso della vita. Si ha come l’impressione che venga ricercata la formula scientifica che dia come risultato il maggior poeta dell’Ottocento italiano. Ma che fine ha fatto l’immensità?

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