Lo incontriamo in una saletta dell’Excelsior, al Lido. Indossa il koufeyah, il famoso e tradizionale copricapo arabo. Ha solo otto anni, ma il regista ci tiene a sottolineare che per la sua cultura è ormai un uomo fatto. È timido, ha la testa un po’ abbassata e lo sguardo all’insù, gli occhi sono nerissimi e dal taglio non convenzionale, che faranno di lui uno sciupafemmine quando crescerà e capirà di poter giocare con lo sguardo.

Il piccolo Jacir Eid non aveva mai lasciato il suo Paese, il suo deserto, e il regista Naji Abu Nowar (al suo primo lungometraggio, ma che ritroveremo presto in una grande produzione inglese) ci mostra, direttamente dal suo smartphone, le foto che ritraggono l’espressione stupita del bambino sull’aereo e sul motoscafo che l’ha accompagnato al Lido. Alle domande dei giornalisti risponde con poche parole, in arabo, che l’interprete traduce per noi. Quando gli chiediamo se fare l’attore è stata un’esperienza che l’ha arricchito e l’ha fatto divertire, e se ha pensato di continuare questa carriera, risponde con due secchi “”, e il tavolo scoppia in una risata comprensiva.

Jacir è Theeb nel film presentato alla sezione Orizzonti della 71esima Mostra del Cinema di Venezia.
Theeb in arabo significa lupo e il lupo nella cultura beduina è una creatura riverita e al tempo stesso temuta, amica e nemica; se vieni soprannominato “Lupo” significa che ti sei conquistato il rispetto come uomo audace e scaltro, ma chi ha questo nome dalla nascita è portatore di grandi responsabilità e aspettative.

Quello a cui assistiamo nel film è il momento di passaggio dalla vita bambina a quella adulta, il momento in cui il ragazzo si appropria davvero del nome che gli hanno dato.
Siamo durante la prima guerra mondiale, che rimane sullo sfondo di questo viaggio (il regista sottolinea che ha voluto ambientare la narrazione in questo periodo poiché si tratta di un momento cruciale e di totale cambiamento della storia del Middle East, le cui ripercussioni si vedono ancora oggi). La routine quotidiana della tribù beduina di Theeb è interrotta dall’arrivo di un generale inglese (Jack Fox, unico attore del cast, gli altri sono tutti beduini alla loro prima esperienza, scelti dopo un workshop di 8 mesi che si è tenuto all’interno del villaggio) e della sua guida. Secondo la legge del Dakheel è considerato un dovere sacro, a prescindere dalla circostanze, offrire aiuto e rifugio a un forestiero. Hussein, fratello maggiore del ragazzo, decide allora di accompagnare i due verso la loro misteriosa destinazione. Theeb li seguirà ma ben presto si troverà a concludere il suo viaggio con la sola compagnia di un minaccioso predone.

Osservarlo affrontare la vita nel deserto ci fa chiedere quanto sia difficile sopravvivere in quei luoghi e domandare al regista quanto è stato complesso girare tra dune mosse dal vento. «A volte è stato molto difficile raggiungere le location e a causa delle tempeste siamo rimasti chiusi in auto per parecchie ore, in più gli attori erano costantemente ricoperti di sabbia. Altra difficoltà è stata relativa all’equipaggiamento in quanto non potevamo portare macchinari troppo pesanti. È stato un processo molto complicato, anche perché avevamo a disposizione un piccolo budget».

Ed è tra mille difficoltà e tra le onde di sabbia del deserto che Theeb comprende, cresce, soffre, in un certo senso rinasce (simbolica la scena dell’uscita dal pozzo, che è stata anche la più difficile da girare per il bambino, perché il set è stato sorpreso da un temporale improvviso) e con lui è cresciuto Jacir, che è diventato uomo, davanti alla macchina da presa.

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