Andrea s’è perso, e non sa tornare. Le parole del poeta De André basterebbero per riassumere il film di Renato De Maria, La Vita Oscena, presentato ieri nella sezione Orizzonti del Festiva di Venezia. Andrea (il francese Clément Métayer) è un ragazzo allegro ed intelligente, ama le poesie, ama la vita, e ama la sua famiglia. A coccolarlo, accudirlo, amarlo incondizionatamente c’è la madre (splendida Isabella Ferrari), un’hippie che non perde la gioia di vivere neanche nei suoi ultimi giorni, ormai consumata dal cancro.

In poco tempo la vita di Andrea si trasforma, oltre a veder spegnersi lentamente la madre, anche il padre se ne va, per colpa di un ictus improvviso, che non lo fa sopravvivere alla moglie. Da poeta allegro diventa poeta maledetto, inizia una vita di eccessi, sesso, droga, masochismo, tentativi falliti di suicidio (cerca di farsi esploders, sniffa 17 grammi di cocaina, che sparge sul pavimento in un’unica striscia, a contornargli il corpo, come fa la polizia intorno ai cadaveri).

Il problema del film è che tiene per tutto il tempo il freno a mano tirato; il passaggio traumatico di Andrea e le sue perversioni sono solo accennate, ne cogliamo il profilo, ma l‘oscenità ci viene solo fatta immaginare. Ci sarebbe stato bisogno di scene più forti ed esplicite, che rendessero giustizia alla frustrazione e al vagabondaggio di quell’anima perduta, che cerca in tutti i modi di ritrovarsi.
Bella l’idea di punteggiare il racconto con un sottofondo di poesie e il fatto che la libertà di Andrea sia simboleggiata da uno skateboard, che lo fa volare sull’asfalto.

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