Uscire dalla propria «comfort zone». Il perché di un film come Birdman sta in quell’imperativo. Che ha guidato innanzitutto il regista Alejandro Gonzalez Iñárritu – «Dopo tanti film drammatici che avevano il gusto del chili messicano volevo sperimentare un nuovo stile narrativo, confrontarmi con la commedia e lavorare con un nuovo team» – ma ha inevitabilmente coinvolto tutto il cast, trascinato «in un film sperimentale», girato come un unico (o quasi) piano sequenza. «Dopo quattro anni lontano dal grande schermo, mi sono detto: o faccio qualcosa che mi spaventa o sono perso».

Birdman, black comedy sulle luci e ombre di Hollywood e gli effetti collaterali che ne derivano (leggi la nostra recensione), ha incuriosito e incantato la stampa, che questa mattina gli ha dedicato un lungo applauso al termine della proiezione e nel pomeriggio si accalcata – letteralmente – nella sala delle conferenze per incontrare i protagonisti. «Credo che per un attore la cosa più bella sia avere paura. Alejandro ha lanciato a tutti noi una sfida coraggiosa, impegnativa, se vogliamo pazza» ha ammesso Michael Keaton, protagonista di una performance superba. «Io ero terrorizzata – rincara la dose Emma Stone, la più giovane tra gli interpreti – non avevo idea di come affrontare le riprese, ma alla fine avrei voluto ricominciare l’esperienza da capo, rifarla subito. Ho imparato più cose girando Birdman di quanto non abbia fatto finora». Del resto non capita tutti i giorni di lavorare a un film pianificato in ogni singolo dettaglio, senza alcun margine di improvvisazione. Soprattutto, senza alcuna possibilità di sbagliare. «Prima di iniziare ho mandato a tutti gli attori una foto di Philippe Petit (il funambolo che nel 1974 attraversò le due Torri Gemelle, ndr), per ricordare a tutti loro che anche noi saremmo stati in bilico su una corda, con il rischio di cadere» ricorda Iñárritu. «Ci siamo salvati grazie a una lunga preparazione, durante la quale abbiamo fatto prove meticolose, studiato gli spazi, i tempi, le luci e le posizioni della macchina da presa. Esigevo precisione assoluta dagli attori, perché non avremmo potuto nascondere o correggere gli errori in post-produzione, come si fa in genere». «E capite anche voi che dopo 10 ore consecutive di lavoro con questi ritmi e con questo stress, quando riuscivamo a portare a casa la sequenza partiva un momento di festa» scherza Edward Norton, che sottolinea come sia stato fondamentale il clima intimo che si è creato con l’intera troupe. «Non solo era fondamentale che ci fosse un certo affiatamento tra noi attori, ma che fidassimo anche dei cameramen e di tutti coloro che erano sulla scena con noi». Gli fa eco Keaton: «Non sono un fan dell’esclusività. Al contrario, mi è sempre piaciuto il concetto di squadra e quello del cinema è il team ideale».

Nessuno lo ammette – «Ho voluto Michael perché avevo bisogno di un attore che fosse in grado di calibrare perfettamente toni drammatici e insieme comici» – ma è chiaro che la scelta di Keaton si è rivelata vincente anche per via dell’affinità con il suo personaggio, anche lui un po’ vittima di quel Batman, quello di Tim Burton, che lo ha consacrato e poi intrappolato. «Non posso dire che Batman sia diventato un’ossessione, che mi stia appollaiato sulle spalle come Birdman fa con Riggan, ma certo quel ruolo ha avuto un peso fondamentale nella mia carriera. Prima ero un attore conosciuto solo negli Stati Uniti, poi sono entrato a far parte di un fenomeno internazionale». E poi conclude: «Tutti noi in fondo abbiamo un Birdman che ci perseguita. Il segreto sta nel saperlo gestire. Sta a noi dover trovare il modo di togliere il volante al nostro ego e riprendere il controllo della nostra vita».

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(Foto: Getty Images)

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