Una parte importante del fare un buon film, una parte di cui non si parla mai abbastanza, sta nell’intercettare l’argomento giusto, nella capacità di inserirsi nel dibattito sociale senza ritardo e pedanteria: è una quetione di intuito, sensibilità e fortuna, lo sviluppo di un film ha di solito tempi che si misurano in anni.
Lo fa benissimo Saverio Costanzo (Private, La solitudine dei numeri primi), che in Hungry Hearts affronta il tema – molto delicato e infatti molto poco discusso dalla fiction – della cultura alimentare, raccontando la storia di una coppia italo-americana a New York, Jude e Mina (Adam Driver e Alba Rohrwcher), che deve decidere come crescere il neonato primogenito.

Il conflitto si basa inizialmente sull’opposizione tra il pragmatismo di lui (non a caso è un ingegnere) e il veganesimo di lei, ma ben presto le attenzioni di Mina all’alimentazione del bambino diventano ossessive e si estendono all’igiene, alle onde elettromagnetiche, all’esposizione solare, fino ad assumere i contorni netti della psicosi. Il salto ha un certo margine di ambiguità, perché mentre il tema del cibo permette una messa in scena neutrale (“il bambino è nel settimo percentile, cioè 93 bambini su 100 crescono più velocemente di lui!”, dice Adam; “Perché, è una gara?”, risponde la moglie), dove da un lato pesano le carenze delle diete alternative e dall’altro i pericoli per la salute dell’allevamento industriale intensivo, la trasformazione della donna in una alienata superstiziosa (una veggente le dice che il suo è un “bambino indaco”, salverà il mondo), sposta di peso gli umori dello spettatore, fornendo – dopo le domande – anche le risposte. E spingendo a lungo andare il film quasi nei territori del thriller. In se non c’è nulla di male, e anzi rendere Mina una fobica passivo-aggressiva, eliminare dall’equazione dialogo e buon senso, potrebbe anche servire a sottolineare che il suo veganesimo è una circostanza secondaria nel personaggio. Ma proprio la carenza di buona fiction sulla questione faceva ambire a un esito diverso.

Tenersi un centimetro al di qua del puro genere è per altro una cosa che Costanzo fa spesso e bene, basta pensare a La solitudine dei numeri primi, e il film comunque avvince e invita al confronto, cose preziose. Ma è anche altro: c’è una prima parte buffa e romantica, con la descrizione in poche sequenze dell’innamoramento dei protagonisti; e un terzo atto quasi horror, con tanto di immagini deformate, suggestioni parapsicologiche (il sogno col cervo che si rivela premonitore), e in ultimo l’invadenza deflagrante della madre di Adam (Roberta Maxwell). Un modo di raccontare incerto e intenso, perfettamente riconoscibile, che definisce una volta di più un autore vero, di cui – al netto delle opinioni di ciascuno sul tema – si può andare orgogliosi.

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