Non che manchino delle scene particolarmente crude e brutali, ma l’ultima opera di Andrei Konchalovsky, più che un film sull’olocausto tout court, è piuttosto un dramma dalle tinte melò che vede per protagonista una coppia tormentata: ex nobile russa finita in un campo di sterminio lei; ufficiale della gestapo lui. In un altro mondo avrebbero potuto essere amanti (il flashback ambientato in Italia è soprattutto questo: possibilità sfumata velata di malinconia), ma qui si ritrovano in un altrove dove l’amore diventa – inevitabilmente – un sentimento anestetizzato, illusorio quanto quel Paradiso che il nazismo prometteva.

Un film di fantasmi, Paradise, di utopiche speranze e di crisi esistenziali. Il tutto, girato con una messa in scena secca che non conosce tempo per l’enfasi e il dramma: lo sguardo di Konchalovsky segue un rigore formale vicino alla freddezza, quello fatto d’inquadrature rigide e stacchi asciutti ulteriormente evidenziati da un bianco e nero che non manca mai di suscitare un effetto asettico, come una vetrata che separa l’opera dall’audience. E noi osserviamo quest’umana fragilità dalla nostra distanza di sicurezza, questo susseguirsi di eventi tra rewind e fast-forward, pezzi di puzzle che delineano pian piano un ectoplasmico mood, prima ancora che una concatenazione causa-effetto.

Il film colpisce così, a piccole dosi e senza urlare: sono davvero lontani gli anni in cui Konchalovsky tentava la via americana con Tango & Cash o A 30 secondi dalla fine: l’azione, qui, è tutta nei sentimenti traballanti dei personaggi, nelle loro titubanze morali, nelle loro piccole ma fatali decisioni. Frammenti che ogni tanto sanno evocativamente di funerea emozione, e altri, di raggelato magnetismo. Una visione che difficilmente troverà una sua collocazione tra il grande audience, ma in verità carica di sottile fascino, sfuggente quanto un paio di occhi che sembrano sempre puntare su una direzione mai esistita o già svanita per sempre. Il lento morire dei sogni, forse.

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