The Young Pope è una miniserie televisiva in dieci puntate, ovvero è una storia che si sviluppa nell’arco di quasi dieci ore, di cui le prime due – viste qui alla Mostra del Cinema – coprono poco più del set-up, cioè presentano i personaggi e le relazioni che hanno, accennando qualcosa del loro background.

Vista la densità di simboli e la misura delle ambizioni, trovo impossibile (e anche un po’ ridicolo) tirare le somme dopo una frazione così esigua del totale – mi sembra più interessante riflettere su come la scrittura di Sorrentino si svolga negli spazi smisurati dalla serialità.

Innanzitutto i racconti sviluppati dal regista napoletano, che sono quasi sempre fantasmagorie un po’ deprimenti di parti di mondo al centro di mitologie popolari, hanno tutti l’aria di essere potenzialmente smisurati, sono delle sacche di immaginario da cui lui potrebbe pescare all’infinito. Ne consegue che la moltiplicazione dei personaggi, delle trame e delle angolazioni – la forma del romanzo -, gli è congeniale. E infatti in The Young Pope il suo amore per la proliferazione dei dettagli ambientali e degli scarti onirici trova una comodità che nei film, almeno alla prima visione, non ha mai.

Poi c’è la questione della parola, il sarcasmo anti-mondano di Sorrentino, i suoi aforismi buffi ma anche un po’ sciocchi, che consegnati a chi dovrebbe essere garante del “Verbo” nel mondo hanno un effetto paradossale molto potente. Questo è un pregio ma anche un limite, sia perché un Papa così ciarliero e politicamente scorretto rischia di svuotarsi in fretta di significato, sia – in ulteriore prospettiva – perché dopo essere stato un cantante melodico, un Primo Ministro, un giornalista di costume e un direttore d’orchestra, ora l’alter ego di Sorrentino è arrivato in cima alla catena istituzionale, il che limita le sue opzioni future a qualche forma di divinità.

In generale in The Young Pope si parla molto. Ma se ai monologhi interiori era pronosticabile che l’autore non avrebbe rinunciato, è la densità dei dialoghi a sorprendere. Basta vedere il modo in cui Voiello, il Segretario di Stato Vaticano di Silvio Orlando, e Lenny, il Papa di Jude Law, prendono consistenza (direi a vista d’occhio) nel formidabile duello verbale che hanno nella prima puntata, un scambio lungo quasi dieci minuti divertente e pieno di inventiva, ma soprattutto utile alla causa drammatica.

Sono loro, due dei quattro poli del racconto: Voiello è impegnato a difendere il proprio potere ma anche l’istituzione ecclesiastica (un po’ per vocazione e un po’ per interesse), mentre Lenny sembra intenzionato a distruggerla, assecondando una rabbia repressa che fin qui parrebbe in parte di origine sessuale e in parte familiare.

Poi ci sono Suor Mary (Diane Keaton), braccio destro e sguardo lungo del Papa, che si è occupata di lui fin da quand’era un bambino; e Spencer (James Cromwell), ovvero l’anziano cardinale mentore di Lenny, che si è visto soffiare il papato proprio all’ultimo e per questo ora respinge le sue richieste di consigli con rabbia.

Tutto accade ai limiti della caricatura; tutto è grave e al contempo distante, rimediabile.

L’impressione generale è che Sorrentino abbia trasformato il Vaticano in un incrocio tra il balcone di Jep Gambardella e la clinica di Fred Ballinger, e che la differenza sia soprattutto in chi li abita: diversamente dai suoi predecessori, Lenny ha un’ambizione e una ferocia estreme (lui si definisce “irritabile e vendicativo”). Cosa ne farà è tutto da scoprire.


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