La boxe è uno sport tremendamente cinematografico e sebbene siano innumerevoli i film sul pugilato già archiviati sotto l’etichetta di capolavoro puntualmente ne esce uno nuovo in grado di sorprenderci. Questa volta è il caso di The Bleeder che forse di “sorprendente” ha poco a livello di messa in scena e narrazione, ma che si presenta come un’opera potente e sincera, la cui forza è in quel mostro di attore di Liev Schreiber (che torna a Venezia dopo Spotlight dello scorso anno). È lui a dare corpo e spessore al protagonista: Chuck Wepner, meglio noto come il vero Rocky Balboa, ovvero il pugile da cui Stallone prese spunto per cucirsi addosso il personaggio più importante della sua carriera.

Sono due le frasi per cogliere l’essenza di The Bleeder. La prima è: “la parte più difficile per ogni pugile è quando si smette di combattere”. Lo sa bene Chuck Wepner, anonimo boxeur del New Jersey catapultato nella notorietà dopo essere riuscito a sostenere 15 round con Muhammad Ali ma che quando scende dal ring è totalmente disorientato, incapace di tenere insieme i pezzi della sua vita, nonostante una moglie (Naomi Watts) che gli vuole bene. Chuck è consapevole che il suo successo ha un’inevitabile data di scadenza e che il match più difficile sarà quello, una volta ritiratosi, di riadattarsi alla quotidianità e trovarsi un lavoro normale. Lo ha accettato, quello è il suo destino, ma ogni volta che guarda in Tv Una faccia piena di pugni non può che rispecchiarsi nella parabola discendente del protagonista. E infatti andrà proprio così: attaccati i guantoni al chiodo, il vuoto inevitabilmente travolge Chuck fino a venir incarcerato per possesso di cocaina.
Diretto da Philippe Falardeau, regista canadese nominato all’Oscar nel 2012 per Monsieur Lazhar come miglior film straniero, il film restituisce tutto il fascino e il dolore di questa storia vera, di questo pugile la cui tattica di vittoria sul ring e nella vita non era tanto attaccare, quanto incassare, e resistere. Resistere. Resistere. Resisteer sempre, anche quando i lividi ti fanno esplodere la faccia e il sangue è così tanto (“the bleeder”, non a caso, era il suo soprannome) da offuscarti la vista.

La seconda frase è “qualche volta la vita è come un film, qualche volta è meglio”. Dopo le dolorose cadute, quando sembra ormai trovarsi a un punto morto, Chuck Wepner viene resuscitato da un film sulla sua vita: Rocky. Grazie all’opera di Stallone, Chuck riottiene fama e rispetto. Ma non per molto: l’idillio finisce, Sly non sembra aiutarlo più di tanto e la parabola torna a scendere anche perché il lieto fine, nella vita vera, è ben più duro da scrivere. È molto intrigante il cortocircuito tra i diversi livelli di realtà-finzione che parte da una storia vera (la vita di Wepner), per costruire un film di fiction (The Bleeder) che parla di un altro film di fiction (ovvero Rocky di Stallone, di cui The Bleeder racconta dei retroscena). Il tutto si schiude nel finale sul reale, quando viene mostrato un brevissimo estratto documentaristico col vero Chuck Wepner, e a quel punto verrebbe da chedersi: ma a questo punto non conveniva girare semplicemente documentario? La risposta è no, perché The Bleeder ci mostra quanto Liev Schreiber (estremante coinvolto da questa storia, e non a caso anche produttore del film) sia stato un gigante in grado di rendere il suo Chuck Wepner più vero del vero.


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