«Indipendentemente dalla loro volontà, gli umani sono incastrati nell’ideologia politica del luogo in cui sono nati. Attraverso le sofferenze di un pescatore sbattuto tra la Corea del Sud e quella del Nord a causa di un guasto alla sua barca, volevo mostrarvi quanto siamo sacrificati dalla divisione in due della penisola coreana, e come questa divisione crei soltanto una infinita tristezza…».

Con queste parole, Kim Ki-duk, beniamino del Lido, presenta il film scelto per inaugurare la nuova Sala Giardino, nata sulle ceneri dell’amianto che per anni ha offeso l’immagine del primo festival cinematografico mondiale e che ora risorge a nuova vita accompagnata proprio dal regista simbolo della morte e della rinascita artistica. Perfettamente inserito all’interno del nuovo corso del regista coreano (quello post Arirang, per intenderci e che ha raggiunto la sua vetta con la vittoria del Leone d’Oro, nel 2012, con Pieta) Geumul – The Net è un ulteriore tassello, coerentissimo ma allo stesso tempo inaspettato, della poetica di Kim Ki-duk, perché se è vero che la solitudine dell’uomo all’interno di un sistema/gabbia da cui è impossibile non solo uscire ma anche costruire legami votati alla felicità, è una costante ossessione narrativa fin dal suo primo film, il modo in cui sceglie di raccontare le disavventure del pescatore Nam Chul-woo (splendidamente interpretato dalla superstar Ryoo Seung-bum) è un unicum del suo percorso ventennale. La decisione di rinunciare completamente all’utilizzo della metafora e di simboli permette a Kim di mettere in scena un film che non potrebbe essere più diretto, più esplicito. Dopo l’indigestione di metafore e ammiccamenti, per lo più incomprensibili al pubblico internazionale, con cui col suo precedente One on One tentava di raccontare i diversi modi in cui la Democrazia viene quotidianamente stuprata nella sua Corea, The Net è un atto di accusa frontale alle due facce della sua isola natia. Tanto nel Nord, quanto nel Sud, è bandito il concetto di buono o cattivo, giusto o sbagliato, perché, semplicemente, all’uomo non è permesso neanche il lusso di poter scegliere da che parte stare, cosa fare della sua vita, tra l’obbedienza cieca a un regime totalitario e l’appartenenza a un sistema che garantisce un ideale di libertà posticcio, imbastito copiando modelli lontani.

L’uomo coreano è un pesce imprigionato nella rete di una barca rotta. È in balia di un sistema dittatoriale o capitalistico in cui ogni scelta è costretta e dirottata in cui gli sporadici legami affettivi che provano a resistere, sono destinati a farlo soltanto finché il sistema – fallato fin dalle sue fondamenta – non li porterà alla totale distruzione. La felicità, dice Ki-duk, non è nella dittatura del Nord e non è nella Seul simbolo del capitalismo più sfrenato. Il benessere non è stato raggiunto da nessuna delle due estremità, la libertà individuale è bandita da ambo i lati, al servizio dell’ottusa mania di controllo e rivalità tra due realtà umane così distanti eppure egualmente irrisolte. Pessimista, ma allo stesso tempo non del tutto privo di speranza, Kim Ki-duk ci regala degli spaccati umani importanti, dalla prostituta che si preoccupa di rassicurare la propria famiglia mentre prova a spiegare a Nam il senso della sua ricerca della felicità, a Oh Jin-woo che deve tenere d’occhio il pescatore mentre, al contrario di Alice, tiene gli occhi chiusi per di non vedere nulla della Seul delle meraviglie, fino ai militari di guardia della Corea del Nord che non riescono a premere quel maledetto grilletto.

Girato principalmente all’interno delle due prigioni in cui Nam viene interrogato nonostante la kafkiana consapevolezza di non essere assolutamente colpevole, The Net è la spietata messa in scena di una spaccatura così ampia all’interno della quale si può solo precipitare. L’unica speranza è che ad accoglierci non ci sia un ennesimo baratro, ma una nuova realtà, che per quanto sbagliata, corrotta, spezzata, spaccata, sia comunque possibile riaggiustare. Come un pupazzo rotto, che tutti vorrebbero veder tornare a camminare.

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