Hai 19 anni. Hai passato la tua infanzia in una famiglia conservatrice e oppressiva, la tua adolescenza in una scuola dove dovevi indossare una divisa e accettare le punizioni corporali di professori e preside, e ora che finalmente ne sei fuori e sei riuscito a trovare lavoro in una delle librerie simbolo della controcultura newyorkese, te la stai facendo nelle mutande perché c’è la concretissima ipotesi che tu, insieme alla maggior parte dei tuoi coetanei, venga spedito in Vietnam a combattere una guerra in cui non solo non credi, ma che disprezzi furiosamente. La grandezza della tua rabbia e della tua paura è inversamente proporzionale a quella delle tue mani, troppo piccole per fare qualsiasi cosa, per questo decidi di reagire e combattere nell’unico modo che quelle dita ti permettono: scrivendo.

Hai 19 anni, è il 1970, ti chiami William Powell e hai appena finito di battere a macchina The Anarchist Cookbook. Il tuo intento è quello di realizzare qualcosa di provocatorio, metà manifesto programmatico su come costruire una nuova e più sana società sulle ceneri di quella attuale, metà libro di ricette su come realizzare bombe, armi e tutti gli strumenti adatti per essere sicuri che la società attuale possa davvero venire rasa al suolo, distrutta, da chiunque volesse farlo. Sei in parte ironico e in parte serissimo. La rabbia per quello che sta succedendo intorno a te – per quello che è SEMPRE successo intorno a te – la forte consapevolezza che determinate informazioni non possono essere concentrate solo nelle mani del potere ma dovrebbero essere accessibili a chiunque, unita all’irruenza adolescenziale, ti fa sbrodolare in proclami troppo netti di cui, anni dopo, ti pentirai, ma il fatto che il manoscritto attiri l’attenzione di Lyle Stuart, editore di libri provocatori, di culto, estremi e anticipatori di contenuti che solo nei vent’anni successivi saranno considerati accessibili al grande pubblico, è un segno. Lo vivi come il segno che la tua rabbia è stata convogliata nel modo giusto. Il segno che anche quel piccolo libretto potrà fare la differenza nella battaglia culturale in corso, anche dovessero acquistarlo solo i tuoi nuovi amici del circoletto anarchico newyorkese.

Stacco. E’ il 2016. Sono passati 46 anni da quel giorno e The Anarchist Cookbook ha venduto, nel frattempo, più di due milioni di sole copie cartacee, e sono incalcolabili le persone che lo hanno letto e lo possiedono in forma digitale grazie a migliaia di download clandestini. Dallo status di “libro controverso” il Cookbook è diventato, negli anni “il più infame libro mai pubblicato”, perché ritenuto presenza costante nelle case e nelle letture di decine e decine di piccoli o medi assassini e terroristi che sono saliti alla ribalta dei media americani. Su di te, William, hanno scritto libri, si sono fatti e si continuano a fare dibattiti televisivi e si sta per realizzare un documentario importante. Lo gira Charlie Siskel che ha prodotto documentari d’inchiesta come Bowling a Columbine di Michael Moore, e che ora ti ha raggiunto per dedicare a te e al libro che hai scritto quasi cinquant’anni fa, il suo esordio alla regia. Il suo primo vero documentario. Tu gli hai aperto le porte di casa tua, in Francia, dove ti sei ritirato da quando, lentamente, il libro maledetto, ti ha impedito di poter continuare a vivere negli Stati Uniti, e lui si è subito dimostrato gentile e attento. Ha cominciato, come cominciano sempre tutti, col chiederti come mai avessi scritto un libro del genere e com’è cambiata la tua vita dopo averlo fatto. Gliel’hai detto.

Accompagnato da tua moglie Ochan gli hai raccontato che ti aveva spinto la rabbia per la società che vedevi intorno a te e il modo in cui il sistema ti impediva fisicamente di poter fare qualcosa di davvero concreto. Gli hai detto che non è un libro che ti piace rileggere perché ora, a cinquant’anni di distanza, non condividi più la maggior parte di quella roba e soprattutto non credi più in quel tipo di proclami sobillatori. Gli hai detto anche che il tuo percorso di vita ti ha portato lontano da lì e che ormai sono quasi quarant’anni che giri il mondo come insegnante specializzato nel seguire bambini con ritardi nell’apprendimento. Ti chiede se ti sei pentito di aver scritto un libro così infame e tu gli rispondi che oggi non l’avresti scritto. Che non pensavi neanche l’avrebbero letto così tante persone e gli dimostri non solo che hai rinunciato da tempo a qualsiasi diritto sul libro ma che tenti da un ventennio, senza riuscirci, di impedirne la pubblicazione. Gli dici anche che, a causa della scrittura di quel libro hai condiviso il destino di molti altri anarchici e sei stato messo al bando dagli Stati Uniti. Che per te è stato un incubo riuscire a mantenerti perché quell’oscura macchia, nel tuo passato, ti ha impedito di trovare lavoro. Gli dici che ovunque bussassi venivi cacciato via, come fossi un untore, e gli unici posti in cui riuscivi a trovare lavoro erano in qualche zona sperduta dell’Africa o dell’Asia. Aggiungi anche, però, che questa situazione ti ha permesso di incontrare tua moglie, quindi non ne riesci a essere troppo dispiaciuto. Ma questo a Siskel non interessa. Perché vedi, William, Siskel non sta realizzando questo documentario per fotografare una situazione, un periodo, per narrare gli eventi che hanno portato a, o per raccontarti. No. Siskel ha messo su un processo, di cui lui è principale accusa, rammaricandosi di non poter essere fino in fondo boia, per dimostrare che tu sei il colpevole, la miccia e il principale istigatore di tutti i principali attentati e eventi drammatici, che hanno scosso l’opinione pubblica americana, partendo dai dissidi newyorkesi e losangelini di metà anni ’70, arrivando al massacro della Columbine, fino – ma lì te l’assicuro, sono scoppiate le risate in sala – gli attentati rivendicati dai terroristi dello Stato Islamico.

Tu e il tuo infame libro siete dietro a tutto questo e a decine di casi che si premura di citare velocemente perché IL TUO LIBRO era nelle case di qualcuno (tra i due milioni che lo hanno fisicamente acquistato) che aveva avuto a che fare con l’evento. Tu ascolti, provi a dare la tua opinione in merito, ti permetti persino di controbattere parlando di sistema, di povertà, di politiche estere, di risposte, di reazioni, ma a Siskel tutto questo, continua a non interessare. Tutto ciò che cozza con la tesi che si sforza di dimostrare per un’ora e mezza, viene sovrastato dal suo dito puntato e dal ripetere ossessivo delle domande: “Sei pentito?” e “Ti rendi conto che ci sei tu dietro questi massacri?” E alla fine tu cedi. Non dandogli ragione, eh, perché quello, la tua dignità – e quella, stoica, di tua moglie – non te lo permetterebbe, ma cedi e gli dici che non accetti le cose che ti sta dicendo e di cui ti sta accusando. Gli dici che lo vedi il suo gioco, che per te è palese che lui voglia farti ammettere o dire delle cose che tu non pensi e che non lo farai solo per continuare questa ridicola spettacolarizzazione. Come un pugile, William, riesci a resistere a tutti gli attacchi che Siskel ti fa, anche e soprattutto quelli sotto la cintura, restituendo, fino alla fine, l’immagine di un uomo dalla dignità monumentale. Un uomo che ha fatto i conti col suo passato, che ne porta le cicatrici addosso, ma che non ripudia nulla perché ogni elemento è il pezzo di un puzzle che non può essere banalizzato in virtù delle banalità da talk show di prima serata. Oggi, come ieri, William, hai dimostrato di essere ancora anarchico contro una società che utilizza il suo potere per costringere le persone. Ingabbiarle anche quando gli viene fatto credere che adesso è arrivato il momento giusto per poter dire la loro. Hai vinto, William. American Anarchist è il documentario con cui Charlie Siskel voleva dimostrare al mondo intero come tu fossi l’uomo nero d’America e invece sei riuscito a distruggerlo all’interno del suo stesso gioco. Lo hai fatto esplodere senza alcuna bomba. Ma con una pacatezza e una dignità impossibili da trovare in qualsiasi ricettario. Grazie.

P.S. Tecnicamente, il documentario, si limita a essere una classica intervistona inframezzata da veloci filmati di repertorio. L’occhio di Siskel è totalmente assente e il modo meschino con cui tenta in continuazione di mettere all’angolo quello che evidentemente ritiene un “avversario” è figlio dello stesso modo balordo di raccontare di quel Michael Moore che, fortunatamente, abbiamo tutti rimosso dalle coscienze collettive. Rimane, fortunatamente, la grandezza di un uomo semplice che non si era reso conto di essere entrato all’interno di un meccanismo infinitamente più grande di lui, ma che lo ha affrontato, coerentemente, fino all’ultimo battito della sua vita.

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