Voyage of Time: Life’s Journey di Terrence Malick sembra un’estensione o uno spin-off del precedente The Tree of Life, come se all’enigmatico regista non fosse stata sufficiente quell’esplorazione. Qualcosa di molto simile al suo film così acclamato, ma anche qualcosa che va ben oltre. Come promesso, il regista mette in scena la storia della Terra a partire dal Big Bang fino a un futuro apparentemente indescrivibile.

È tutto un dischiudersi di immagini straordinarie (accompagnate dalla voce di Cate Blanchett) capaci di raccontare la vita animale a una vicinanza incredibile e, dove non può con i mezzi normali, tramite la CGI. I sentimenti ricorrenti che suscita e da cui è mosso il regista sono l’incanto, lo stupore, la meraviglia di fronte a tutte le forme di vita, che siano esse unicellulari o elaborate e complesse come l’essere umano. Le domande più ovvie: Chi siamo? Da dove veniamo? Perché? Qual è il senso di tutto questo? Malick prova a rispondere, mettendo in scena eoni ed eoni di evoluzione: dall’estinzione dei dinosauri, passando per la nascita della civiltà umana fino alla vita nelle megalopoli contemporanee.

Ai grandi enigmi della vita Malick  sembra dare come risposta la bellezza e l’amore, specie quando racconta l’uomo dei giorni nostri in crisi profonda con l’ambiente, con i suoi simili e con se stesso, come se la connessione con la natura possa restituirgli il senso di sé, la completezza perduta.

Il bello del cinema di Malick, ambizioso come pochi, sta proprio qui: si fa filosofia e metafisica, usando le immagini per immergere lo spettatore in un viaggio unico e irripetibile. Pur commettendo diverse ingenuità che rendono quest’opera meno riuscita di quella da cui discende, sconfina dalla forma documentario facendosi piuttosto preghiera, un cantico che inneggia alla bellezza del Creato, una poesia che esalta l’opera mirabile della Madre, che sia essa da interpretarsi come Madre Natura, Vita, o all’orientale Madre divina.

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