Tommaso (Kim Rossi Stuart) ha 40 anni, è un attore di bell’aspetto e ha un’ossessione quasi patologica: le donne. Difficile trovare un uomo che non abbia la sua stessa mania, ma nel suo caso ha raggiunto livelli preoccupanti.

Prima fa di tutto per farsi lasciare dalla fidanzata Chiara (Jasmine Trinca), convinto di poter accedere a una libertà sconfinata, poi colleziona altre storie più o meno importanti, ma con scarso successo, intrappolato in una sorta di circolo perverso, una coazione a ripetere che lo costringe a interrompere sempre le sue relazioni sul più bello, come se seguisse lo stesso copione.

Che siano commesse, semplici passanti o cameriere, Kim – finalmente libero – sogna di poterle avvicinare e possedere tutte con una bramosia febbricitante. E non solo non lo aiutano, ma anzi complicano la situazione, lo psicologo un po’ naïf a cui si affida (Renato Scarpa) e la madre (Dagmar Lassander), personaggio bizzarro e mitomane, che ha sicuramente contribuito alle stranezze del figlio.

Le fantasie di Tommaso, esattamente come quelle di un adolescente, non si trasformano mai in realtà: le conoscenze restano tali e le relazioni vengono concluse prima di diventare troppo serie.

Kim Rossi Stuart viaggia su un binario che ricorda il Nanni Moretti prima maniera, l’8 e 1/2 di Fellini e Sesso matto di Dino Risi, attraverso la modalità di un racconto autobiografico e a tratti onirico che disvelerà la sua incapacità a relazionarsi davvero con le donne sul piano della realtà. Un problema radicato nel profondo con la figura femminile, l’archetipo della Madre.

Sarà  l’incontro con la giovane e sfacciata Sonia, che non gli risparmia un commento caustico o una frecciata sul suo modo di vivere, a risvegliare in lui la consapevolezza di dover trovare la radice dei suoi problemi dentro di sé.

Bravo Rossi Stuart a interpretare questo giovane irrisolto e postadolescenziale, contornato dalle “fidanzate” Jasmine Trinca e Cristiana Capotondi e dalla “Lolita” Camilla Diana, e a creare delle situazioni paradossali e grottesche, che spesso diventano comiche, ma a differenza che nei film citati prima fa fatica a scattare il meccanismo dell’empatia con il protagonista. Un passo indietro rispetto al precedente Anche libero va bene, ma un gradevole divertissement.

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