Vince Vaughn in Brawl in Cell Block 99

Era stato presentato da Alberto Barbera come “uno dei film più violenti degli ultimi anni”, e di sicuro Brawl in Cell Block 99, presentato fuori concorso al Festival di Venezia, non è roba per tutti i palati. D’altra parte chi ha visto l’esordio di Craig Zahler, Bone Tomahawk, un’idea di quello che lo aspetta può averla, tanto che dopo soli due film si può già parlare di un autore con un’identità precisa.

Qui racconta la storia di Bradley Thomas (un inedito Vince Vaughn), che dopo aver perso un posto da meccanico torna a lavorare per una vecchia conoscenza, un piccolo narcotrafficante che lo usa come corriere. Una notte, durante un trasporto, viene beccato dalla polizia e fa fuori i due complici. Finirà in galera, dove il boss che ci ha rimesso gli uomini e la droga ha intenzione di fargliela pagare carissima.

In sostanza Zahler fa questo: sceglie un genere – nel primo caso il western, nel secondo il prison movie -, lo racconta per un’ora e mezza secondo galateo, poi improvvisamente perde la brocca e spedisce i personaggi all’inferno. Ma proprio all’inferno, nel senso che i suoi film, superata la metà, acquistano via via una sfumatura metafisica: gli ambienti in cui si muovono i protagonisti degradano fino a raggiungere la forma dell’incubo e perdere qualsiasi connotazione realista. È cioè come se il genere di partenza subisse una specie di contaminazione, si ammalasse e infine si disfacesse.

E così, proprio come le grotte dei cannibali alla fine di Bone Tomahawk non hanno più niente di umano, così la prigione di massima sicurezza di Red Leaf nel terzo atto di Brawl in Cell Block 99 – con quei secondini dalle divise bizzarre, gli strumenti di tortura applicati ai prigionieri e i pavimenti cosparsi di cocci di vetro – è evidentemente un’astrazione, una deformazione di altri immaginari.

Questa vena schizoide nel cinema occidentale di genere è una rarità, anche perché non parliamo dell’horror hardcore del primo Rob Zombie, quanto piuttosto di una serie B impazzita, di film che sembrano diretti per metà da uno Scott Cooper qualsiasi, e poi improvvisamente affidati a un incrocio tra Takashi Miike e Nic Refn.

Della serie B ci sono le punch line spiritose nei momenti meno opportuni, gli effetti speciali artigianali, e una certa vena assurdamente romantica, che chiama il lieto fine. Ma soprattutto il cast, con Don Johnson e Udo Kier che hanno due ruoli come non gli capitavano da secoli. Il secondo in particolare, con la sua sola entrata in scena spedisce il film al manicomio.

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