First Reformed: il protagonista Ethan Hawke

Toller (Ethan Hawke), ex cappellano militare americano, non si è più ripreso dalla perdita del figlio, morto in guerra e convinto a suo tempo proprio dal padre ad arruolarsi. L’incontro con Michael (Philip Ettinger), ambientalista dalle ambizioni rivoluzionarie, amplifica a dismisura le nevrosi di Toller, che comincia a nutrire sospetti sempre più estremi sui traffici della Chiesa con le multinazionali e nel frattempo intreccia anche una relazione proibita con la moglie di Michael, Mary (Amanda Seyfried). La piccola chiesa di provincia che gestisce Toller, alcolizzato e dilaniato da una colpa morale e spirituale impossibile da espiare, diventa ben presto per lui la sede di un calvario psicologico e fisico dalle conseguenze inimmaginabili.

Paul Schrader è il più cristologico dei cineasti americani. Sue le sceneggiature di Taxi Driver, L’ultima tentazione di Cristo e Al di là della vita, tre tra i più morali film di Martin Scorsese, ma sua è anche un’epocale tesi di laurea intitolata Il trascendente nel cinema e incentrata su registi come Ozu, Dreyer, Bresson. Cineasti austeri e rigorosi il cui eco risuona prepotente in questo angoscioso e agghiacciante capolavoro che il regista di Hardcore ha portato in concorso a Venezia 74, regalando a Ethan Hawke un ruolo incredibile: un prete ferito dalla vita, squarciato dalle passioni forti e dal bisogno di redenzione, pronto in prima persona a colpire al cuore il microcosmo suburbano nel quale è immerso. Un personaggio vigoroso e mostruoso, una faccia scavata alla Robert Mitchum o alla Montgomery Clift, da cinema americano vecchio stampo.

Il titolo fa riferimento a una Chiesa riformata, che poi è lo stesso tipo di congregazione religiosa da cui proviene Schrader in prima persona, di educazione calvinista, a tal punto da poter vedere il primo film della sua vita, nel più stretto riserbo, solo all’età di 17 anni. La Chiesa è, eloquentemente, la pietra di paragone di tutto il film: una struttura tentacolare e ingombrante, dal punto di vista sia fisico che sociale, inquadrata fin dal prologo in qualità di edificio dalle fondamenta solidissime e piantate nel terreno, inattaccabile e minaccioso. In quella carrellata lentissima, cadenzata, dal basso verso l’alto rispetto alla posizione stentorea della cappella, c’è già dentro tutto il film, i suoi tremori profondi, i suoi battiti martellanti all’insegna di amore, morte, fede, vizio, colpa, rinuncia.

Sentimenti forti e viscerali che trovano posto in egual misura in un film allo stesso tempo concretissimo e metafisico: il sacro, sembra dirci Schrader, è proprio questa cosa qui, una compresenza impossibile di corpi celesti che immaginano di volare tra le stelle e di contenitori di dolore che vengono ricacciati verso le viscere della Terra. Una sequenza del film, la più onirica e la meno realistica di un lavoro che è invece è coriaceo in tutto e per tutto, mostra proprio questo contrasto.

Ma Schrader tocca le vette del capolavoro soprattutto per come lo chiude, il suo film tutto in chiaroscuro, portando lo spettatore a riflettere in maniera sconcertante sulla vanità di ogni fondamentalismo religioso, a prescindere dai singoli culti, dalle loro specifiche origini culturali. Un’ultima mezz’ora che è una pagina di cinema contemporaneo incredibile e che in pieno 2017, con alle nostre spalle un attentato terroristico dopo l’altro, non può che essere presa per quello che è, senza nascondersi dietro un dito: un monito atterrito contro la cecità di ogni estremismo. Col massimo grado di provocazione, Schrader sembra dirci proprio questo: attenzione, non illudiamoci, perché un giubbotto carico di esplosivo e una corona di spine possono coincidere eccome.

Qui la nostra sezione dedicata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia.

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