Ai Weiwei è un artista cinese piuttosto famoso, figlio di un poeta ostracizzato e deportato con tutta la famiglia negli anni più duri del maoismo, e perseguitato a sua volta dall’attuale dirigenza del paese. In questo documentario risale il flusso del titolo – Human Flow – , ovvero il fiume dei migranti di tutto il mondo, da una foce che sono i titoli dei notiziari e dei quotidiani occidentali (che passano sovraimpressi sulle immagini), a una sorgente che sono i fatti e i luoghi, cioè traumi e rovine del pianeta che innescano i movimenti migratori.

Ai Weiwei viaggia con la sua piccola troupe per circa un anno, gira per venti nazioni, visita centri urbani ridotti in macerie e oltre quaranta campi profughi. Dalla Giordania a Berlino, passando per la Turchia e naturalmente l’Italia, ma anche il Bangladesh e l’Africa subsahariana che i cambiamenti climatici stanno rendendo definitivamente inabitabile, l’obiettivo della macchina da presa si spinge fino all’estremo ovest, al confine tra Messico e Stati Uniti, lungo quel muro di confine che ha ispirato di recente la videoinstallazione in realtà virtuale di Inarritu, Carne y Arena (eccoli il cinema e l’arte contemporanea che si mischiano i mestieri). 

Da queste incursioni sono ricavate oltre 600 interviste e quasi mille ore di riprese, panoramiche e umane, di grande bellezza e ispirazione, naturalmente in una dimensione che è sempre quella del dolore, dello spaesamento, dell’indigenza assoluta e dell’azzeramento delle prospettive sociali. Trattandosi di cinema civile, ogni immagine pone una questione morale, cioè ci si deve domandare quanta vanità autoriale venga spesa nell’opera di sensibilizzazione del pubblico, che tipo di manipolazione comporti la forma cinema su quella quota tragica del reale e sulle vite chiamate a testimoniarla. Se sia sempre giustificata, se una misura migliore potesse esistere.

Ecco, forse l’artista adopera se stesso con una generosità a volte un po’ ambigua, si mette dentro l’opera anche quando sarebbe meglio non ci fosse, è come se volesse ribadire di sentirsi parte in causa (lo ha detto esplicitamente in più di una occasione: dalla sua incarcerazione e liberazione nel 2011, e dal successivo trasferimento in Germania, Ai Weiwei si considera a tutti gli effetti un rifugiato). Allo stesso tempo questa poetica del bello probabilmente facilita il trasferimento del messaggio, e l’idea che le singole esperienze drammatiche compongano un unico quadro, stiano tutte dentro al pensiero del mondo che lo spettatore occidentale esercita quando si confronta con lo spettacolo e con l’informazione (a loro volta sempre più imbrigliate), cioè che ci riguardino.

Film sempre toccante, a tratti sconvolgente (le frontiere bloccate del vicino est europa riportano un immaginario di sofferenza a cui siamo forse meno abituati rispetto a quelli mediorientali o africani), ha valori didattici decisivi per questa civiltà e questo tempo. È approssimativamente un film che opera nella stessa zona di Fuocoammare, ma molto più facile da affrontare.

Si dice in questi casi, e in questo caso a proposito: dovrebbero vederlo tutti, dovrebbero proiettarlo nelle scuole. Dovrebbero, non lo faranno: allora vedetelo voi, parlatene, decidete se c’è qualcosa che – ognuno dal punto in cui si trova – è possibile fare.

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