Gatta cenerentola

Tra le opportunità più rare nel frequentare il grande schermo, c’è quella di ritrovarsi in un luogo vergine. C’è nei film che costruiscono di sana pianta un immaginario “abitabile” una qualità rara, una specie di ringiovanimento del cinema.

E maggiormente questa costruzione di mondi è l’esito di un talento non comune se opera dentro un genere di questi tempi spremuto all’osso come lo sci-fi, e con una fiaba pluricentenaria come quella di Giambattista Basile – Gatta Cenerentola, tratta fra l’altro da quel Cunto dei Cunti appena saccheggiato da Garrone per il suo bellissimo fantasy a episodi.

Il lavoro della Mad Entertainment e dei quattro registi (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone) sul plot arcinoto della figliastra sfruttata da matrigna e sorellastre, ma destinata a un ribaltamento del suo destino, lascia inizialmente spiazzati: in una Napoli futuribile ma fatiscente, uno scienziato idealista ottiene dal comune permessi e finanziamenti per la costruzione di una cittadella della scienza imperniata su una nave da crociera popolata di ologrammi. Un contesto che non è spiegato didascalicamente, ma per accumulo di suggestioni, eppure subito scontato, come spesso sono ad esempio le fantasmagorie di Miyazaki, la cui eccentricità risulta paradossalmente naturale.

Gatta Cenerentola, figlia dello scienziato ed erede delle sue fortune, finirà sotto la custodia di una donna senza scrupoli, delle sue cinque figlie (anzi, quattro figlie e un figlio en travesti) e del criminale che le controlla e raggira per i propri scopi. E sarà proprio la nave, la sua vita misteriosa, autonoma di un’energia senza spiegazioni e senza esaurimento, quindi simile a un dogma, a proteggerla e indirizzarla verso una salvezza possibile. Quel dogma è la memoria: il sistema di ologrammi replica senza sosta e fuori controllo immagini sfasate nel tempo, mette in scena i suoi fantasmi senza preavviso, continuamente appaiono e scompaiono da altre età, nei corridoi e nei cabinati.

Gli ideali e i sentimenti del padre di Cenerentola sopravvivono così, artificiali, ai traffici del mondo e al cuore sbrindellato di una città sempre in bilico tra orgoglio e tradimento, tra onore e sceneggiata, onestà e truffa. Il film li usa per costruire una favola nera, musicale, e una gangster story (linguaggi e tradizioni recuperate di questi tempi anche dai Manetti), ma in una zona che si trova a metà fra le ombre del noir futuristico alla Ridley Scott e la leggerezza perturbante che è il marchio dello studio Ghibli. Lo si segue sapendo di conoscere i nomi dei singoli ingredienti, ma scoprendoci un sapore nuovo, che non se ne va in fretta.

Il disegno non ha un grado di dettaglio “pixariano”, ma dove non arriva il budget arriva una grande sensibilità per il movimento e la luce (cioè i colori), l’espressività miracolosa dei corpi, un recitato controllato ed efficace dei doppiatori (Massimiliano Gallo, Alessandro Gassman, Maria Pia Calzone), e una modulazione dei toni del racconto sempre per sottrazione, questo raccontare sottovoce che è forse la nota d’autore più riconoscibile se accanto a Gatta Cenerentola mettiamo il precedente lungometraggio di Rak, L’arte della felicità.

Bellissimo.

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