Paolo Sorrentino

Con È stata la mano di Dio, in Concorso a Venezia 78, Paolo Sorrentino firma quello che è deliberatamente e spudoratamente il suo film più intimo: la storia di formazione di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta, ovvero il diciassettenne Fabietto Schisa (Filippo Scotti), suo alter ego che lotta per trovare il suo posto nel mondo, immerso in una famiglia straordinaria e amante della vita. 

Alcuni eventi, però, cambiano tutto. Uno è l’arrivo a Napoli di una leggenda dello sport simile a un dio: l’idolo del calcio Diego Armando Maradona, che suscita in Fabietto, e nell’intera città, un orgoglio che un tempo sembrava impossibile. L’altro è un drammatico incidente che farà toccare a Fabietto il fondo, indicandogli la strada per il suo futuro. Apparentemente salvato da Maradona, toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto si ritroverà a lottare con la natura del destino, la confusione della perdita e l’inebriante libertà di essere vivi.

Paolo Sorrentino. Foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

«A un certo punto si fanno i bilanci nella vita – esordisce in conferenza stampa il regista de Il divo e La grande bellezza per presentare la sua ultima fatica – Bukowski ne fece uno bellissimo che mi piacque molto dicendo: “Gli dei sono stati proprio buoni, l’amore è stato bello e il dolore è arrivato a vagonate”. L’amore che ho ricevuto e la parte dolorosa della mia vita da ragazzo, indipendentemente dai miei bisogni e dalle mie esigenze, mi sembravano declinabili finalmente in chiave cinematografica e così è nato il film. Coraggioso penso di esserlo sempre stato, anche nei miei film precedenti, ma qui forse mi si richiedeva una forma diversa di coraggio. Sentivo che in un film così semplice ed essenziale doveva esserci meno di tutto per far parlare i sentimenti. Col direttore della fotografia Daria D’Antonio abbiamo capito il primo giorno, senza nemmeno dircelo, che non ci sarebbe stato grande spazio per i nostri consueti carrelli».

È stata la mano di Dio arriva in un momento non casuale nella vita del cineasta e per lungo tempo Sorrentino ha accarezzato e immaginato il progetto, caldeggiando l’idea di raccontare anche la tragica storia dei suoi genitori Sasà e Tina, morti asfissiati nel sonno dal monossido di carbonio mentre erano in vacanza a Roccaraso (il giovane Paolo non andò in montagna con loro perché impegnato, per la prima volta, a vedere Maradona e il Napoli in trasferta, a Empoli). «Dopo aver compiuto cinquant’anni, lo scorso anno, mi sono sentito abbastanza maturo per affrontare un film così personale e di avere l’età giusta per farlo. Un caro amico e collega mi diceva poi sempre che non faccio mai film personali, e io l’ho presa come una provocazione da raccogliere». 

Paolo Sorrentino. Foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

Il titolo, naturalmente, è un omaggio diretto a Maradona e un riferimento al suo iconico e leggendario gol nei quarti di finale di Messico ’86 contro l’Inghilterra: «Una frase paradossale ed emblematica, visto che è stata da detta da un calciatore e che la mano è l’unica parte del corpo che non si può usare in quello sport. La frase è declinabile, a seconda se si creda nel caso o nella volontà di Dio. Io, anche se può sembrare peregrino, credo in un potere semi-divino di Maradona. Non sono riuscito tuttavia a mostrarglielo prima che morisse ed è un grande rimpianto, avrei tanto voluto farglielo vedere, era il mio primo desiderio, ma non è mai stato un uomo facile da avvicinare. La causa che voleva intentare contro il film? Credo che in realtà nemmeno sapesse bene del progetto, credo – anche se non ho prove certe a riguardo – che fosse più un fastidio proveniente dal suo entourage. Riguardo la sua morte è qualcosa che si chiama lutto, non esprimibile a parole, o almeno io francamente non sono capace». 

È stata la mano di Dio arriva a vent’anni di distanza da L’uomo in più, presentato proprio alla Mostra del cinema di Venezia nel 2001, e nei panni del personaggio ispirato al vero padre di Sorrentino c’è il suo attore feticcio Toni Servillo, affiancato da Teresa Saponangelo nel ruolo della madre. «Chiacchierando, qualche volta, Paolo mi aveva detto che prima o poi avrebbe trovato la distanza giusta per raccontare questo drammatico episodio della sua vita e mi diceva che mi avrebbe fatto fare il padre. Chiaramente è emozionante ricevere una proposta del genere, ma non ci ha mai chiesto di essere esattamente ciò che è conservato nel privato della sua memoria. Lo spunto più bello che Paolo ci ha dato era quello di cercare di apparire molto innamorati, perché finito il tempo della spensieratezza era quello il bagaglio che Fabietto si sarebbe portato dietro per camminare da solo e con le sue gambe nella vita. Ci siamo divertiti a immaginarlo come un classico padre che fugge in maniera codarda dalle sue responsabilità, pur risultando ugualmente molto simpatico. Paolo non l’ho trovato diverso sul set nel dirigere questo film, bensì sempre lucido e preparatissimo su cosa voleva, con le idee chiarissime come sempre. Mi ha sempre ritenuto un fratello maggiore, qui però forse sono stato promosso sul campo diventando papà!».

Paolo Sorrentino e Toni Servillo. Foto: Getty (FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images)

Nei panni del Sorrentino ragazzo c’è il giovane e sorprendente Filippo Scotti. «Il sogno è sempre trovare degli attori che si dirigano da soli, così puoi dedicarti a qualcos’altro sul set – aggiunge Sorrentino con ironia – Filippo ha sbaragliato la concorrenza degli altri ragazzi e mi sembrava avesse la stessa timidezza e il medesimo senso di inadeguatezza del ragazzo che ricordavo di essere quando avevo 17-18 anni».

Filippo Scotti e Paolo Sorrentino. Foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images
Paolo Sorrentino, Toni Servillo, Marlon Joubert, Teresa Saponangelo, Filippo Scotti e Luisa Ranieri. Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Netflix

Foto di copertina: Getty (FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images)

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