Per gli appassionati del genere true crime, spesso uno degli aspetti più interessanti è poter osservare da vicino la psiche di alcune delle menti più deviate e più oscure mai esistite nella storia dell’umanità. Del resto, è proprio vero che a volte la realtà supera persino l’immaginazione.
Ne è un esempio l’allucinante vicenda raccontata nel documentario del 2012 L’impostore – The Imposter, che ripercorre il caso di Frédéric Bourdin, un ragazzo francese che nel 1997 ha assunto l’identità di Nicholas Barclay, un adolescente scomparso anni prima in Texas, vivendo per alcuni anni con la sua famiglia all’insaputa di tutti. Diretto dal regista britannico Bart Layton, il documentario racconta questo scioccante episodio facendo uso di tutte le migliori tecniche di montaggio e manipolazione tipiche della fiction, al fine di creare suspense e immedesimazione nello spettatore.
La pellicola si apre con la presentazione della figura di Bourdin: nel 1991 ha ventun anni, ed è già ricercato dall’Interpol per la sua mania di cambiare continuamente nome e identità. Delle oltre cinquecento identità che ha assunto in tutta la sua vita, le sue preferite sono quelle in cui interpreta ragazzi minorenni in condizioni di disagio, così da farsi mandare dalle autorità nelle case di accoglienza per ragazzi. In questo periodo, Bourdin viene a sapere della scomparsa del tredicenne Barclay dalla sua casa natale a Sant’Antonio, in Texas.
Inizia così il suo angosciante inganno. Dopo aver fatto del suo meglio per trasformarsi fisicamente nel teenager scomparso ed essersi esercitato a parlare con l’accento americano, Bourdin avvisa le forze dell’ordine e racconta di essere stato rapito e portato in Europa come schiavo sessuale, aggiungendo di aver subito numerosi abusi e torture prima di essere finalmente riuscito a scappare. Non è chiaro per quale motivo, ma la messinscena funziona: Bourdin riesce a ingannare non soltanto le autorità europee e americane, ma anche la stampa e – che ci crediate o meno – persino la famiglia del ragazzo scomparso, che lo riconosce senza dubbio come autentico.
Il documentario true crime ricostruisce perfettamente i trucchi dell’impostore, mostrando come sia riuscito a tessere una tela di manipolazione psicologica, sfruttando le debolezze di persone in difficoltà come la famiglia di Barclay per il proprio tornaconto. Un orrore che fa invidia a grandi capolavori come Psyco di Alfred Hitchcock, e che non risiede soltanto nella messinscena, ma soprattutto nel fatto che lo spettatore è consapevole di assistere alla storia vera di un essere umano del tutto amorale.
Come in un racconto di finzione, quindi, anche qui la tensione scaturisce dal conflitto interiore dei personaggi, e dalle domande che la vicenda suscita nello spettatore: perché i familiari non si accorgono delle palesi differenze tra l’impostore e il loro caro?; sono così disperati da accontentarsi di un rimpiazzo pur di riavere il figlio e fratello scomparso?; oppure forse stanno nascondendo qualcosa e in realtà sono in combutta con Bourdin? Tutti questi quesiti rendono la visione di questo documentario true crime analoga a quella di un tradizionale film crime o addirittura horror. Ma, e su questo la pellicola è chiara fin dall’inizio, non aspettatevi il lieto fine.
Fonte: Collider
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