Nei panni di un membro delle forze dell’ordine lo avevamo già visto altre volte, ma questa è tutta un’altra storia. Per Sbirri , il suo ultimo film (che ha fortemente voluto tanto da produrlo lui stesso insieme alla moglie), Raoul Bova con la polizia ci ha lavorato davvero. Un esperimento insolito con il quale l’attore, presento ieri alla conferenza stampa milanese del film, ha voluto mescolare realtà e finzione portando sotto la lente d’ingrandimento un problema sociale «di cui si parla troppo poco»: quello del giro delle droghe che ormai riguarda tutti i ceti sociali e colpisce anche i giovanissimi. Una missione che Bova sentiva di dover portare avanti «come attore, come padre e come cittadino». Per farlo ha deciso di produrre e interpretare un docu-film che «si rivolgesse al pubblico di giovani che mi sono conquistato negli anni grazie a film come Palermo-Milano e Scusa ma ti chiamo amore». In Sbirri Bova interpreta un reporter (la cui figura è ispirata a un personaggio reale, Fabrizio Gatti) che, dopo la morte del figlio sedicenne causata da una pastiglia di extasy, decide di unirsi al nucleo speciale antidroga di Milano per capire e scoprire cosa sta dietro questa piaga sociale che ha ucciso il ragazzo. E per rendere tutto più vero lo stesso Bova si è camuffato con tanto di parrucca, cappellino e occhiali scuri (guardalo nel trailer), e ha preso parte alle azioni della polizia, partecipando in prima persona ad arresti e appostamenti che rivediamo nel film. Un’esperienza dura quella di vedere ragazzi ammanettati e impauriti di fronte ai poliziotti e che l’attore ci racconta in questa video-intervista.

Al.Za.

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