Paolo Virzì: un “direttore pop”, sempre sorridente e molto presente sul campo, che ha dialogato con spettatori e giornalisti, senza tirarsi indietro di fronte a polemiche e confronti. Lo incontriamo nel suo ufficio al primo piano del quartier generale del Festival, negli ultimi giorni di una rassegna che quest’anno ha segnato il suo record di presenze. Seppur al caldo rispetto al gelo che avvolge Torino, lui non rinuncia alla sua sciarpa.

Hai innescato una piccola polemica riguardo il costo per il Festival di Roma di una star come Scarlett Johansson. La presenza delle star non è importante?
Non bisogna credere che non abbiamo provato questa strada, ma è un momento di crisi finanziaria, che non riguarda solo le amministrazioni pubbliche ma colpisce anche i privati. Una volta le Major investivano direttamente nelle star ai Festival per promuovere i loro film, senza pesare sulle casse del festival ospitante. Mentre adesso bisogna prendere atto che l’Italia non è più ritenuto un mercato strategico.

Tu hai provato comunque a portare qualche grande nome a Torino?
Ci avevano proposto come film per la serata di apertura I segreti di Osage County, distribuito in Italia da BIM, con tanto di disponibilità di Meryl Streep e Julia Roberts a partecipare. Allora mi sono informato, quanto poteva costare portare le due star? Non tanto per il loro cachet, sono pagate profumatamente per fare le attrici, ma per coprire le spese del transfer in aereo privato, lo staff di dieci persone ciascuna, pubblicist, personal stylist, eccetera.
E poi un servizio di security che ci veniva chiesto dai loro agenti, nostri reali interlocutori, che pongono tutte una serie di condizioni per far muovere l’artista. Ci volevano circa 500 mila dollari, un quarto di tutto il budget del Festival.

Se il budget del TFF improvvisamente venisse duplicato, in base alla tua esperienza, come lo impiegheresti?
Esattamente come abbiamo fatto quest’anno. Lavorare cercando di capire quanto avevamo a disposizione, e che cosa era possibile fare. Abbiamo individuato una serie di film che ci interessavano, e un testimonial importante per la rassegna New Hollywood come Elliot Gould,  che grazie alla sua amicizia con la famiglia Altman si è accontentato di viaggiare in business class. Forse cambierebbe qualcosa se fossi amichetto intimo di Brad Pitt e Angelina Jolie, per dire. Ma è quello che serve davvero ad un festival? Le parate delle superstar attraggono copertine dei media ma allo stesso tempo oscurano poi gli stessi film. Muller, che al contrario del sottoscritto è un direttore di festival eccezionalmente attrezzato di competenze e relazioni internazionali, quando dice “Spostiamo il Festival di Roma una settimana dopo così portiamo le grandi novità dell’American Film Market”  credo faccia una proposta che può suonare attraente per i committenti pubblici, ma penso anche sia consapevole lui stesso che sarebbe poi molto difficile da render concreta.

Qual è diventata la funzione dei Festival?
Non è il mio mestiere, sono qui di passaggio e do solo delle valutazioni, credo però che in questo momento i Festival abbiano una funzione che sta mutando rispetto al passato. Mi spiego: nel momento in cui è cambiato il mercato cinematografico e si è ridotto con la chiusura di numerose sale, strozzando e soffocando di fatto l’offerta, i Festival hanno assunto una funzione di “servizio pubblico”, ovvero allargare lo sguardo e aprire delle finestre diverse.
Mettere in risalto la potenzialità dei nuovi autori, questa è la missione del TFF. Mescolare raffinato e popolare, creando quel giusto equilibrio tra offerta di qualità e il sapore di una festa, per riuscire a mettere in moto le energie necessarie per il successo di un’iniziativa del genere.

Molti dei bellissimi titoli presenti nelle varie sezioni del cartellone, sono film che sono in circolazione da un po’. Questo, a causa della pirateria, può essere pregiudicante in fase di selezione, o nel caso del TFF che è un Happening culturale non c’è da preoccuparsi?
Se parliamo di anteprime mondiali, Torino ogni tanto riesce ad aggiudicarsene, ma se volessimo solo quelle, non potremmo permetterci certi film, per esempio portare i Fratelli Coen, o Jim Jarmusch, perché quegli autori passano per forza prima a qualche altro grande festival, come per esempio Cannes. Sarebbe un peccato rinunciarci. In più li proponiamo comunque in anteprima rispetto all’uscita nelle sale, e soprattutto in lingua originale.

Il pubblico di Torino è particolarmente esigente?
Torino è un Festival metropolitano come Berlino, li accomuna questa bellissima cosa. Anche Roma sarebbe un Festival metropolitano, però curiosamente è rimasto ancora un Festival per addetti ai lavori. Comincia forse piano piano con il tempo a crearsi un’identità, però per ora è pieno di “prezzemolini”, più che di spettatori.  In questa città ci sono intere famiglie che prendono le ferie apposta per venire al Festival, loro sono i reali proprietari della kermesse, i nostri editori di riferimento: noi facciamo il Festival per loro e per i tanti appassionati che arrivano da tutta Italia e da tutto il mondo. C’è questo zoccolo duro, molto esigente, molto competente, concreto, che sono gli spettatori torinesi,  che vuole vedere i film: non gli rifili facilmente la fregatura…

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