Spike Jonze assomiglia ai suoi film: è gentile, introverso, chiaro – nei colori di occhi e capelli – quasi diafano, con piccole rughe sottili su tutto il volto. Disegna un linea retta, più grossa alle due estremità, e dice: «Se questo punto è il tuo lato emotivo e questo quello intellettuale, dov’eri durante il film?». Il problema, dice, è che gli americani sono molto pratici e il suo film preferisce mostrarlo qui, dove la gente lo guarda con un altro spirito, lasciandosi commuovere. Her è il suo ennesimo “fantasy documentario”, una contraddizione in termini che soltanto a lui – fin dai tempi di Essere John Malkovich – riesce di far diventare grande cinema.

Finiremo davvero per innamorarci dei nostri sistemi operativi come accade al protagonista del film?
«In realtà non lo so. Quando l’ho scritto non lo pensavo come una predizione del futuro, ma come una storia d’amore, un’esplorazione del modo in cui cerchiamo – spesso fallendo – di creare una connessione con gli altri».

Perché ha scelto Scarlett Johansson per interpretare la voce del sistema operativo, nonostante lei sia celebre anche, forse soprattutto, per la sua bellezza?
«Scarlett è una persona estremamente affascinante, intelligente e acuta. Naturalmente è bellissima, ma quando non la guardi è perfino meglio. Era molto importante che Samantha (è il nome del sistema operativo, ndr) esprimesse eccitazione mentre pian piano “scopriva” se stessa, e lei riesce ad avere una consapevolezza di sé quando parla che permette di trasferire quella stessa eccitazione anche allo spettatore».

(foto: Getty Images)

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