«Non avrei mai immaginato di potermi affezionare così tanto a uno zombie» ha dichiarato Stephenie Meyer benedicendo quella che per molti si appresta ad essere la nuova saga del post-Twilight. Come la prenderanno, però, le agguerritissime Twi – hard? La Summit ci riprova dopo aver intontito il mondo intero con le vicende della famiglia Cullen e di Bella Swan che, dopo quattro romanzi e cinque pellicole, ha finalmente trovato il suo posto nel mondo: assieme ai cerbiatti da sbranare e ai Volturi da ricattare! Che Aro avesse dei problemi lo si era capito già dalla sua prima apparizione, ma la sua interpretazione con gridolino annesso del primo incontro con Renesmee non ha lasciato spazio a ulteriori dubbi: meglio finirla qui! Troppo facile criticare Twilight, direte voi e, in parte, avete ragione. L’universo gothic è insorto rivendicando un genere che ha poco a che fare con gli sguardi languidi e lo spessore dei dialoghi («Tieniti forte scimmietta», cit. Edward Cullen) del vampiro tipo della Meyer: un debole al servizio della young adult novel che fa rimpiangere i tempi in cui a dettare legge (sì nella letteratura, sfortunatamente poco al cinema) era la signora Anne Rice: Louis de Pointe du Lac, il protagonista di Intervista col vampiro, aveva altri e più seri problemi che preoccuparsi di non sbranare la fidanzatina del liceo.
Eppure leggere i romanzi aveva avuto tutto un altro effetto: la scrittura della Meyer è un viaggio credibile nel romanticismo vampiresco dove l’empatia con i personaggi è un sentimento naturale. Ma come sempre tutte le analisi pseudo-sociologiche si rivelano un grande fiasco se confrontate con la realtà dei fatti: il successo di Twilight negli States, come nel resto del mondo, è stato tale da ubriacare d’entusiasmo, e di tanti quattrini, quelli della Summit, che pur di proseguire con il franchising hanno organizzato sit-in sotto casa della Meyer per convincerla a scrivere ancora delle vicende della famiglia di vampiri più incasinata della storia, sentimentalmente parlando. Anche dagli attori sono arrivate delle proposte interessanti: Robert Pattinson, ancora sotto antidepressivi per l’affaire Sanders, sperava di tornare cattivo, con un divorzio alle spalle e Renesmee vagabonda, in preda al complesso di Edipo; Kristen Stewart, nel ghetto delle traditrici seriali di Hollywood e fuori da Biancaneve 2, sembrava disposta a fare la sfigata anche da vampira pur di assicurarsi un’entrata. E mentre The Midnight Sun riposava nel dimenticatoio, la Summit Entertainment ha preso in mano la situazione preparandosi al lancio di Warm Bodies, nelle sale il 31 gennaio 2013, fine del mondo permettendo.
«Dopo vampiri e lupacchiotti serviti in tutte le salse ci mancavano solo gli zombie»: questo è ciò che ho pensato quando su amazon.it cliccavo su procedi con l’ordine, di fronte a me la copertina del romanzo di Isaac Marion, scrittore scapestrato di Seattle che ha fatto fortuna grazie a un racconto tramutato poi in romanzo. La sua storia, lo ammetto, mi ha fatto simpatia da subito: il ragazzo talentuoso che si manteneva con lavori improbabili e che poi ha visto il suo racconto diventare un best seller. Aggiungete a ciò il fatto che Seattle è la patria di Grey’s Anatomy e non ho avuto bisogno del negromante per capire che Warm Bodies valeva qualche euro in meno sulla card. Il primo impatto? Scenario apocalittico, strano ma divertente, che mi fa saltare in mente quasi immediatamente L’ospite, altro capolavoro della Meyer prossimo al debutto cinematografico. Sarà stata la citazione della scrittrice in bella mostra sulla copertina o, forse, più semplicemente un’analogia non del tutto fuori luogo. Ma le somiglianze finiscono qui: Warm Bodies è decisamente meno elaborato: si concentra sulle dinamiche esclusive che coinvolgono R (Nicholas Hoult), zombie per caso e con in testa le rimembranze della sua vita passata e di quella di Perry Kelvin (anche qui il dialogo interiore delle “due anime” ricorda quello tra Melanie e Wanda ne L’ospite) suo spuntino che si concede a piccole dosi, con il cervello al sicuro nella tasca dei pantaloni. Strano davvero, ancora di più sapendo che Perry (Dave Franco) era il ragazzo di Julie (Teresa Palmer), per la quale R perde inspiegabilmente la testa, intraprendendo una relazione sui generis per quelli della sua specie. Senza bruciarvi il finale, per farla breve il romanzo si perde tra lo scontato e lo sdolcinato. Eppure se ne parla come di un nuovo intrigante incontro tra l’horror movie e l’ironia sottile (ad alcuni piace chiamarla nera) sempre più di moda tra le alte sfere della cultura. Tante promesse che si perdono tra le pagine del racconto? Forse no, dato che la trasposizione cinematografica è stata affidata, regia e sceneggiatura, a Jonathan Levine che nel 2011 ha dato vita al dramedy 50/50. Solo per questo Warm Bodies merita più di una chance; del resto sono state promesse la stessa causticità e ironia utilizzate in 50/50, dove un ispirato Joseph Gordon-Levitt (Il cavaliere oscuro – Il ritorno) racconta con irriverenza e commozione la storia di un ragazzo con il cancro alla colonna vertebrale. Anche i due trailer di Warm Bodies rivelano che la chiave interpretativa scelta da Levine promette bene: prima dei giudizi finali, appuntamento al cinema; soltanto dopo sapremo dirvi di più sul futuro post Twilight.
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