Quando Yellowstone debuttò nel 2018, pochi avrebbero potuto immaginare fino a che punto la serie sarebbe diventata centrale nella televisione americana e nella carriera di Taylor Sheridan. Accolta inizialmente con giudizi contrastanti e accusata da parte della critica di essere eccessivamente melodrammatica, la produzione trovò progressivamente la propria identità, trasformandosi in un vero fenomeno televisivo e riportando sotto i riflettori Kevin Costner nei panni di John Dutton.
Ed è proprio John Dutton a pronunciare, nel corso della seconda stagione, una delle frasi che ancora oggi riescono meglio di qualsiasi altra a racchiudere l’essenza di Yellowstone. Sono passati sette anni da quell’episodio, ma quelle poche parole continuano a sintetizzare perfettamente il mondo creato da Sheridan e soprattutto la complessità morale dei suoi protagonisti.
La scena arriva nell’episodio Rimangono solo i demoni, quando il ranch dei Dutton si trova ad affrontare una nuova minaccia. Qualcuno ha scaricato sostanze chimiche sui loro terreni, avvelenando il bestiame, mentre Malcolm Beck e suo fratello Teal cercano di convincere John a stringere un’alleanza con loro per impedire la costruzione di un casinò.
Jamie Dutton fa notare al padre quanto accettare la proposta significherebbe, di fatto, stringere un patto con il diavolo. John gli risponde con una frase destinata a diventare una delle più significative dell’intera serie: «Tutti gli angeli se ne sono andati, figliolo. Sono rimasti soltanto i diavoli».
In poche parole, il patriarca dei Dutton sintetizza uno dei temi fondamentali di Yellowstone: in questo mondo nessuno è completamente innocente. Nel corso della serie, i membri della famiglia sono continuamente costretti – o convinti di esserlo – a oltrepassare confini morali e legali pur di proteggere il ranch e tutto ciò che rappresenta.
Jamie utilizza le proprie competenze da avvocato per tirare la famiglia fuori dai guai, Rip Wheeler si occupa spesso degli aspetti più oscuri della vita al ranch e persino Kayce, forse uno dei personaggi inizialmente più lontani dalla mentalità del padre, finisce più volte per compiere azioni moralmente discutibili.
È proprio questa ambiguità a rappresentare uno dei pilastri della visione di Taylor Sheridan. Lo sceneggiatore ha spiegato di aver voluto esplorare una domanda molto precisa: cosa succede alla moralità quando qualcuno possiede un regno ed è disposto a tutto pur di non perderlo? Se chi vuole sottrartelo è pronto a imporre le proprie regole, fino a che punto è lecito spingersi per difenderlo?
John Dutton incarna perfettamente questo conflitto. Per lui il ranch non è semplicemente una proprietà, ma un’eredità familiare da preservare a qualsiasi costo. Ed è proprio quel “a qualsiasi costo” a trasformare continuamente i Dutton da vittime a carnefici, rendendo sempre più difficile stabilire dove finisca la difesa della famiglia e dove inizi invece la violenza.
La vicenda dei fratelli Beck ne è uno degli esempi più evidenti. Dopo che John rifiuta la loro proposta di collaborazione, Malcolm e Teal arrivano a colpire direttamente la famiglia rapendo Tate, il figlio di Kayce. La reazione dei Dutton è spietata: il bambino viene salvato, ma i due fratelli pagano con la vita le proprie azioni.
John aveva già chiarito il suo modo di pensare proprio in Rimangono solo i demoni, spiegando a Malcolm di prendere in considerazione ogni possibilità e di scegliere sempre quella migliore per la propria famiglia. Un principio che attraversa tutta Yellowstone e che spesso giustifica, almeno agli occhi dei protagonisti, anche le decisioni più estreme.
La frase sugli angeli e sui diavoli diventa quindi molto più di una semplice battuta memorabile. Racchiude la consapevolezza che, nell’universo di Yellowstone, la distinzione tra bene e male è quasi sempre sfocata. Non esistono veri eroi e difficilmente esistono nemici completamente privi di ragioni: ogni personaggio agisce secondo un proprio codice morale, spesso incompatibile con quello degli altri.
È una caratteristica che Sheridan avrebbe poi portato anche nelle sue produzioni successive. Molti dei protagonisti delle serie nate dopo il successo di Yellowstone sono infatti uomini e donne moralmente ambigui, costretti a muoversi in ambienti dominati dalla violenza, dal potere e dalla corruzione. Dwight Manfredi in Tulsa King è un gangster, mentre Mike McLusky in Mayor of Kingstown si muove all’interno di un sistema in cui legalità e criminalità finiscono continuamente per sovrapporsi.
È anche per questo che, a distanza di sette anni, quella frase di John Dutton continua a rappresentare così bene Yellowstone. La vera forza della serie non è mai stata soltanto raccontare una famiglia pronta a difendere il proprio ranch, ma mostrare quanto sia sottile il confine tra proteggere ciò che si ama e diventare identici alle persone da cui lo si vuole difendere.
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