Zeta, l'8 Mile italiano. La recensione
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Zeta, l’8 Mile italiano. La recensione

Cosimo Alemà racconta una storia di riscatto sociale e personale, manifesto della generazione hip-hop italiana

Zeta, l’8 Mile italiano. La recensione

Cosimo Alemà racconta una storia di riscatto sociale e personale, manifesto della generazione hip-hop italiana

L’hip-hop ha origini nel Bronx, ossia nel cuore del ghetto americano. Non è mai stato solo un genere musicale, ma un autentico movimento culturale con cui i giovani facevano sentire la propria voce. Non sorprende, dunque, che abbia saputo valicare i confini territoriali per espandersi in tutto il mondo. L’Italia non ha fatto eccezione, ma è come se da noi il rap fosse sempre stato visto con scetticismo, considerato più come una moda importata piuttosto che figlia di nostre realtà. Zeta, il film di Cosimo Alemà, uno che questo mondo in rima lo conosce bene avendo girato videoclip di tantissimi rappresentanti nostrani del settore, potrebbe cambiare la percezione delle cose.

Zeta non ha contorni da blocbuster: è un film piccolo ma dalle grandi ambizioni, sintetizzate nel desiderio di incarnare, finalmente, un prodotto che si faccia manifesto della generazione hip-hop italiana. Una generazione che, a livello artistico e di look, prende come riferimento il modello americano conservando però una sua identità. È importante comprendere che un freestyle può essere preso sul serio anche se non è Eminem a farlo. E non citiamo Marshall Mathers a caso, perché in un certo senso – e con le dovute proporzioni – Zeta potrebbe definirsi l’8 Mile italiano. Non è un’etichetta, solo un modo per inquadrare l’opera. La parabola di Alex, il protagonista (interpretato dal giovane rapper Izi), ha molti punti in comune con quella della ben più famosa star di Detroit: è una storia di riscatto sociale e personale, che nasce nei vicoli della periferia romana, dove Alex cresce e matura quella rabbia che riesce a sfogare solo nei testi delle sue canzoni, prodotte insieme al migliore amico Marco. Insieme sognano il successo, senza immaginare che però potrebbe essere proprio la gloria tanto desiderata a dividerli. È il rischio della ribalta: ti innalza su un piedistallo ma allo stesso tempo ti travolge.

La regia di Alemà si muove fluida tra le rime di Alex e degli altri rapper (tantissime le comparse, da Fedez a Briga, passando per Clementino, Ensi e J-Ax), esaltando lo stile urbano del film che, soprattutto nei momenti più introspettivi, rispolvera tecnicismi già apprezzati nei videoclip del regista, quali intensi primi piani o rallenty che esaltano il profondo senso di solitudine e smarrimento del protagonista. La sceneggiatura non riserva colpi di scena giganteschi e pecca in qualche stereotipo di troppo, ma il messaggio di rivalsa arriva e, proprio come nel già citato 8 Mile, viene urlato nella trascinante battle finale.
Il rap è sempre stato espressione di libertà e disagio, un linguaggio profondamente ancorato alla realtà. In una stagione che ha visto un film come Straight Outta Compton venire candidato agli Oscar (per la miglior sceneggiatura originale), fa piacere avere anche in Italia un prodotto che parli a un pubblico ben preciso, a ragazzi che cercano la propria strada guardando a un futuro che il più delle volte appare nero. C’è sempre una via d’uscita. E a volte, per imboccarla senza perdersi nella violenza, bastano una penna, un taccuino e un microfono.

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