Ci sono voluti 12 anni per costruire questo film. Annuali reunions del cast per filmare ciascun pezzo, ognuno importante come quello precedente e allo stesso modo importante come quello successivo. In questi 12 anni Richard Linklater ha costruito qualcosa che è unico nel suo genere, un film trasversale, nel senso vero del termine. Un film che attraversa luoghi, spazi, tempi, volgendo lo sguardo, dando un ricordo al passato, ma mirando al futuro. Un viaggio attraverso il tempo, attraverso l’America, attraverso il tempo stesso dell’America. Ma soprattutto un film che permette allo spettatore di seguire senza artifici la vera evoluzione dei personaggi. La storia, priva di grandi avvenimenti, di una famiglia media americana, si sviluppa attraverso gli occhi e le parole del giovane Mason, da quando aveva 6 anni fino al momento del trasferimento al college, all’età di 18 anni. Un film che fa della crescita fisica e morale degli attori una questione fondamentale, quindi da raccontare senza fretta, col tempo reale anzichè con quello cinematografico. Non ci sono filtri in questo stile narrativo, non ci sono patinature. E’ semplicemente la descrizione della storia americana, che va avanti anche senza il grande sogno nel cassetto, solo con la forza del quotidiano. E così ci saranno giorni belli e giorni di merda, ma tutto reale. Tutto incentrato sulla famiglia, anche allargata. Le esperienze dell’adolescenza, dai primi sguardi furtivi alle riviste di lingérie alle prime bevute, dai primi scazzi con compagni e coetanei alle prime passioni (cinema, fotografia), i primi amori, gli scontri coi genitori. Ma anche uno sguardo alla vita degli adulti, i problemi economici e personali, l’alcolismo e la violenza, l’abbandono e la malinconia. Un film vero, insomma. Con piacevolissime sfumature di country, come richiesto dall’ambientazione. E se doveva essere un esperimento… beh, il risultato è sicuramente apprezzabile.

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