Maggio 2020. In una piccola cittadina del New Mexico, un acceso scontro tra lo sceriffo locale (Joaquin Phoenix) e il sindaco (Pedro Pascal) dà il via a una pericolosa escalation, trasformando Eddington in una polveriera pronta a esplodere. In un clima sempre più teso, i cittadini si ritrovano divisi gli uni contro gli altri in una spirale di diffidenza e paura.
Si può dire tutto e il contrario di tutto di Ari Aster e del suo cinema, ma è indubbio che non possieda alcun senso della misura. Il suo nuovo film, Eddington, presentato in Concorso al 78esimo Festival di Cannes, è una ronde fatta film, un lungo giro di perlustrazione nell’immaginario statunitense in cui Phoenix, che ritrova Aster dopo la colossale sbornia edipica di Beau ha paura, interpreta un vigilante di provincia attonito e dalla barba bianchissima a cui ne succedono di tutti i colori, che perderà presto completamente la testa a seguito di una serie di eventi in apparenza microscopici ma dalle conseguenze altrettanto pirotecniche infinitesimali.
Rispetto agli horror che ne hanno rivelato su scala mondiale il talento – bergmaniano il primo, Hereditary, una casa di bambole di Ibsen terrificante e al veleno per topi, arcaico-rurale il secondo, Midsommar – qui, come in Beau ha paura, il film è tutto costruito intorno al totem-Phoenix, punto di riferimento (si fa per dire) di una cittadina americana come tante, che si rivelerà essere più che altro paradigmatica di una catena interminabile di mostruosità e storture. Aster non lo molla mai, inquadratura per inquadratura, facendo il perno di un detour folle e schizzato, via via sempre più paranoico e improbabile, squinternato e demenziale, in cui il classico stereotipo degli USA di provincia trumpiani – ottusi, guerrafondai, razzisti – viene rivoltato come un calzino, messo a soqquadro, elevato a potenza dalla prima all’ultima scena attraverso mille invenzioni, che riepilogano tanti nodi centrali di questi anni, dalla pandemia al Black Lives Matter passando per la tragica morte di George Floyd.
Aster è così bravo che a volte rischia di dare l’impressione di non sapere bene che farsene, del proprio talento, sembrando addirittura incline a dissiparlo, a gigioneggiare, a girarci sempre e comunque intorno. La prima ora e mezza di film è sostanzialmente una lunga, interminabile digressione in cui tante inquadrature e situazioni vengono calibratamene messa in scena per diventare screenshot ad uso e consumo di pagine di fotogrammi cinefili su X, la sua idea di racconto deflagra ben presto – silenziosamente, quasi sotterraneamente – senza che apparentemente accada alcunché di degno di nota. Siamo insomma dalle parti di uno sguardo – unico, peculiare, stranissimo e per larghi tratti indefinibile – che brucia a fuoco lento ed esplode sempre quando meno ce lo si aspetta, usando anche i divi del momento (Emma Stone, Austin Butler) come manichini vuoti, da riempire di non sense e cortocircuiti dementi, come in un romanzo losangelino di Thomas Pynchon aggiornato al tempo della generazione Z, con vista su quella Alpha.
Si tratta, tuttavia, e Eddington lo conferma a chiare lettere, di uno dei registi più emblematici – o forse sarebbe meglio dire sintomatici – della contemporaneità. Proprio perché abbraccia senza remore il ridicolo e lo sfacelo, la memification costante della realtà e la sua replica a uso e consumo di smartphone, con dirette video sui social inquadrate con una costante vocazione al dileggio e allo sberleffo e una costante mediazione del reale che passa sempre attraverso uno humour nero congestionato e strozzato in gola.
È grande cinema? Difficile rispondere a questa domanda, anche perché a tratti Aster sembra mettercela tutta per attirarsi le pernacchie, per involversi e perdersi in un mare magnum di suggestioni anche ottuse e rabberciate, ma alla fine fa tutto parte del gioco, del disegno del mondo schizoide di un cineasta senz’altro più che mai fuori dal comune. L’ultima mezz’ora di balletti improbabili e sparatorie pulp a metà tra il saloon e il cartoon, in particolare, è già cult, ed è un peccato che in questa serie non si possa svelare troppo: diciamo solo che ha quasi l’ambizione di riavvolgere, in chiave al contempo totalitaria e dissacrante, l’intero senso del film e la sua lente deformante su un presente troppo spesso caotico e illeggibile.
Eddington, in definitiva, è il film con cui Ari Aster, sotto l’egida fidata e riconoscibile della A24, va a riempire quel vuoto lasciato dai fratelli Coen e dalla loro sregolata e cinica irriverenza nel cinema mainstream americano, prendendo il loro tipo di storia e slabbrandola all’infinito, alle soglie non più della commedia nera ma della farsa nevrotica, del western schizoide, della fake news macabra imbellettata allo stato dell’arte.
Foto: A24, Square Peg
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