El ser querido: il cinema che incontra la vita. La recensione del film con Javier Bardem
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El ser querido: il cinema che incontra la vita. La recensione del film con Javier Bardem

Il regista madrileno Rodrigo Sorogoyen realizza il film fin qui più importante del Concorso di Cannes di quest’anno: il tormentato e potentissimo ritratto di un rapporto padre-figlia, in cui i confini tra esistenza e grande schermo si infrangono e si confondono in maniera sfaccettata e commovente

El ser querido: il cinema che incontra la vita. La recensione del film con Javier Bardem

Il regista madrileno Rodrigo Sorogoyen realizza il film fin qui più importante del Concorso di Cannes di quest’anno: il tormentato e potentissimo ritratto di un rapporto padre-figlia, in cui i confini tra esistenza e grande schermo si infrangono e si confondono in maniera sfaccettata e commovente

El ser querido Javier Bardem

Il regista di fama mondiale Esteban Martínez (Javier Bardem) torna in Spagna dagli Stati Uniti, dove vive con la seconda moglie e due figli piccoli, per girare il suo nuovo film. Alle spalle ha due Oscar, una Palma d’oro, ma anche una vita costellata di eccessi, alcol e abuso di sostanze. Per il ruolo principale sceglie una giovane attrice sconosciuta, Emilia (Victoria Luengo): sua figlia, che non vede da tredici anni e che si divide tra piccole parti in serie TV, un lavoro da barista e una carriera dalle alterne fortune. La ragazza accetta l’opportunità, pur sapendo che durante le riprese dovrà confrontarsi con un uomo che non ha mai potuto considerare davvero un padre. Il peso del passato minaccerà di riaprire ferite mai rimarginate.

Tra i talenti più cristallini del cinema contemporaneo, Rodrigo Sorogoyen approda finalmente al Concorso del Festival di Cannes, dove avrebbe già meritato di figurare col suo precedente As Bestas. Con El ser querido — letteralmente “la persona amata” — il regista costruisce il racconto vigoroso e stratificato di un rapporto padre-figlia in cui l’elaborazione dei traumi e dei fantasmi di una vita intera passa attraverso la creazione di un set dominato da un cineasta padre-padrone: dispotico, tumultuoso, segnato da una fragilità malamente dissimulata dietro un ego prorompente e una carriera trionfale. La premessa narrativa richiama inevitabilmente Sentimental Value di Joachim Trier, ma qui il livello di complessità metacinematografica è ancora più elevato, soprattutto nel modo in cui il film sfuma e abbatte continuamente i confini tra vita vissuta e rappresentazione cinematografica, con esiti a tratti abbacinanti.

L’inizio del film è magistrale e si imprime immediatamente nella memoria come uno dei migliori incipit degli ultimi anni: un dialogo padre-figlia costruito attraverso strettissimi primi piani in campo-controcampo, dove occhi, movimenti e minimi gesti dei protagonisti riescono a catturare in modo imperscrutabile eppure drammaticamente tangibile anni di distanza e di non detti. Lo spettatore viene immerso subito nel cuore sanguinante di un rapporto spezzato, del quale appare quasi impossibile riannodare i fili, mentre ogni parola viene pronunciata con estrema cautela, nella costante sensazione di muoversi all’interno di un campo minato costellato da esitazioni, tentennamenti e inciampi inevitabili.

Una sequenza che racchiude tutta la potenza del cinema di Rodrigo Sorogoyen, abilissimo cantore di tensioni sotterranee e rancori pronti a esplodere, ma anche narratore straordinario nel dirigere i suoi interpreti. Da Javier Bardem ottiene infatti una delle migliori interpretazioni della sua carriera: un personaggio magnificamente sospeso tra furore virile e irresolutezza paterna, di cui percepiamo fatiche, mancanze e fragilità pur potendo solo intuire il passato tempestoso che lo ha segnato.

I dialoghi della sceneggiatura — scritta da Sorogoyen insieme a Isabel Peña — sono densissimi e febbrili, cesellati con mano sicura e capaci di restituire un’impressione costante di naturalezza. Ma anche la regia si mette completamente al servizio della parola, dandole corpo e profondità, stratificando ulteriormente i piani del racconto e dei formati attraverso l’uso del bianco e nero e del 4:3, che aggiungono ulteriore densità a una partitura narrativa sofisticata e al tempo stesso visceralissima.

Se il confronto iniziale si prolunga per venti minuti vissuti in apnea, l’intero film è disseminato di faccia a faccia di grande intensità e raffinatezza, nei quali la tensione emotiva tra i personaggi cresce costantemente. Sorogoyen lavora su un’idea di naturalismo che rifugge la classica “scena madre” e preferisce invece muoversi per sfumature, incidendo nella carne viva della sofferenza familiare e illuminando le continue trasformazioni dei sentimenti, così come la soggettività irriducibile di ogni dolore: destinato inevitabilmente a mutare forma a seconda dello sguardo di chi lo ha vissuto, e del modo in cui lo ha interiorizzato.

Il fatto che Esteban voglia girare un film ambientato nel Sahara del 1932, quando il deserto era ancora colonia spagnola, intitolato proprio El desierto e girato a Fuerteventura, aggiunge al personaggio un’ulteriore dimensione da demiurgo cinematografico vecchio stampo, quasi un maverick coppoliano: una figura patriarcale e coloniale, segnata da assenze e intemperanze, che attraverso il proprio lavoro è costretta a confrontarsi con una dolorosa psicanalisi del rapporto con la figlia. Una donna fragile e irrisolta, emanazione diretta di una vita indomita che torna, dopo anni, a reclamare il proprio tributo di empatia e comprensione, forse impossibile da raggiungere nella vita reale e destinato a manifestarsi soltanto attraverso il cinema, soprattutto per un uomo come Esteban: abilissimo nel dirigere personaggi, ma profondamente manchevole nel rapporto con le persone. In questo senso, El ser querido è soprattutto un magnifico film sul cinema, sulla sua natura ambivalente e irrinunciabile, sulle sue lusinghe e sulle sue miserie.

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