L'accident de piano: Quentin Dupieux e la macabra idiozia di un influencer. La recensione
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L’accident de piano: Quentin Dupieux e la macabra idiozia di un influencer. La recensione

Il regista e musicista francese continua ad aggiornare la sua personale e paradossale galleria di storie assurde e strampalate, con Adèle Exarchopoulos nei panni di una star del web dedita a gesti di autolesionismo sempre più estremi. Nel Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma 2025

L’accident de piano: Quentin Dupieux e la macabra idiozia di un influencer. La recensione

Il regista e musicista francese continua ad aggiornare la sua personale e paradossale galleria di storie assurde e strampalate, con Adèle Exarchopoulos nei panni di una star del web dedita a gesti di autolesionismo sempre più estremi. Nel Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma 2025

L'accident de piano

Magalie Moreau (Adèle Exarchopoulos) è diventata una star del web grazie ai video in cui si sottopone ad esperienze estreme e pericolose. Ma nel suo passato c’è uno scheletro nell’armadio, legato a un incidente avvenuto con un pianoforte. Una giornalista, Simone Herzog (Sandrine Kimberlain), che vorrebbe intervistarla scalfendo la sua corazza di misantropia e una coppia di fan decerebrati la porteranno al punto di rottura.

Il cineasta e musicista francese Quentin Dupieux, da sempre dedito a storie surreali e spiazzanti, con L’accident de piano continua a portare avanti un’idea di storytelling strampalata e peculiare, in cui le forzature bislacche e grottesche sono da sempre funzionali alla genesi di un registro quanto mai sarcastico e stralunato. In questo caso il prolifico autore e musicista, che come d’abitudine firma anche le musiche dei suoi film con lo pseudonimo di Mr. Oizo, si cimenta con una storia che prende di petto il mondo degli influencer, in una serie di contraccolpi paradossali e volutamente ridicoli.

La Magalie interpretata da Adèle Exarchopoulos è un personaggio di estrema sgradevolezza, celebre fin dai suoi 14 anni e in grado di accumulare negli anni una vera e propria fortuna economica basata sulla mutilazione e sullo sfregio del suo corpo, in un crescendo di autolesionismo che l’ha indotta, di volta in volta, a sperimentare sul proprio corpo abrasioni e cavi elettrici, a farsi male con rompighiaccio, macchine da cucire e mezzi pesanti dai quali farsi calpestare al solo scopo di postare in rete brevissimi contenuti virali, ispirati direttamente dal Johnny Knoxville di Jackass.

L’attrice de La vita di Adèle la interpreta in maniera coraggiosa e volenterosa, restituendone la dimensione psicologica spudoratamente e crudelmente infantile e sprezzante del prossimo, con costanti abusi anche verso il suo faccendiere Patrick Balandras (Jérôme Commandeur). Recita con un vistoso apparecchio per i denti che Magalie ha tenuto anche in età adulta e che per lei è diventato un tratto distintivo, un marchio di riconoscibilità presso il suo pubblico globale che le conferisce denti sempre digrignati e un broncio perennemente corrucciato.

Al suo quattordicesimo lungometraggio, Dupieux crea un film simile, per fotografia, atmosfere gelide e ricadute feticistiche, al suo precedente Doppia pelle, orchestrando una nuova variazione sul tema dell’albergo isolato e dello chalet in cui orchestrare un teatro dell’assurdo e del ridicolo che qui cede il passo al divertissement macabro sull’idiozia che dilaga nella società contemporanea. La morale del film, in questo senso, è totalmente nichilista e apocalittica e non si salva davvero nessuno: ovviamente Magalie, priva di qualunque scrupolo, la giornalista che la intervista, in un clima al vetriolo di reciproco disprezzo, e nemmeno l’assistente, in un certo “responsabile” suo malgrado di una deflagrazione degli eventi che prenderà ovviamente la piega più macabra e desolante possibile.

Quello di Dupieux si conferma un cinema di idee minime ma funzionali alla creazione di un corpus cinematografico eternamente riproducibile e in costante evoluzione, in grado di alimentarsi autonomamente attraverso gag corporee e verbali in cui lo slapstick si tinge di macabro e in cui l’assenza di senso è essa stessa produttrice di significato. Un congegno dove sono sempre le “trovate” a dettare i crismi del racconto e dei suoi capovolgimenti, a partire da strani cortocircuiti: basti pensare al modo in cui Magalie si muove, tra tic facciali, fasciature e strani e sinistri scricchiolii che la rendono un perfetto manichino al servizio di un teatro dell’assurdo nichilista e ridanciano.

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