Marty Supreme: la frastornata odissea di una pallina da ping pong. La recensione del film con Timothée Chalamet
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Marty Supreme: la frastornata odissea di una pallina da ping pong. La recensione del film con Timothée Chalamet

L’attesissimo primo film da solista di Josh Safdie post Diamanti Grezzi, proiettato in segreto durante il Torino Film Festival e in uscita nelle sale italiane il 22 gennaio, punta a portare alla statuetta la conclamata stella di Chiamami col tuo Nome e Dune, presentandosi come uno dei maggiori contender della prossima stagione dei premi.

Marty Supreme: la frastornata odissea di una pallina da ping pong. La recensione del film con Timothée Chalamet

L’attesissimo primo film da solista di Josh Safdie post Diamanti Grezzi, proiettato in segreto durante il Torino Film Festival e in uscita nelle sale italiane il 22 gennaio, punta a portare alla statuetta la conclamata stella di Chiamami col tuo Nome e Dune, presentandosi come uno dei maggiori contender della prossima stagione dei premi.

PANORAMICA
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Se si vuole partire alla ricerca di una connessione tra i vari lavori firmati dai fratelli Safdie, un fil rouge abbastanza costante è il ruolo degli oggetti come fonti di linfa vitale, in grado di spingere i personaggi continuamente fuori dalla loro stabilità e diventando quindi autentici motori narrativi del racconto.

Nel caso dell’opale bramato da Howard Ratner in Diamanti Grezzi o del titolo di vincitore del Gran Prix di arti marziali miste in The Smashing Machine, questi traguardi assumono più le sembianze di correlativi oggettivi, andando a simboleggiare un’illusoria autorealizzazione che porta questi tragici antieroi a mettere a rischio i propri affetti e persino la vita.

Nella filmografia dei due, questo concetto non è mai stato tradotto visivamente in maniera così efficace come nella title sequence di Marty Supreme, tramite una giustapposizione di immagini antitetiche che racchiude l’essenza del film: l’ambizione e il desiderio donano senso e mettono in moto l’esperienza umana.

Anche Marty Mauser (Timothée Chalamet), giovane abitante della Grande Mela nel secondo dopoguerra, conduce la propria esistenza forte di questo credo, mentre prova a tenersi a galla con l’unico scopo di venir riconosciuto come la leggenda del ping pong che già sa di essere.

A ostacolare la sua ascesa è proprio New York stessa, nella matassa di situazioni e fauna urbana che richiedono a Marty di svincolarsi tra una performance e l’altra, riformulando di continuo il suo piano d’azione per raggiungere il proprio obiettivo ed escludendo dall’equazione qualunque altro individuo di passaggio.

Timothée Chalamet, svestito dei panni dell’icona classica Bob Dylan e in pausa dall’odierna epica fantascientifica di Dune, si mette alla prova con una figura archetipica nella mitologia Safdie che riesce a rendere sua, risultando credibile in ogni segmento dell’evoluzione del personaggio.

All’interno di una carriera che presenta sempre più somiglianze con il percorso il beniamino della generazione passata (nonché sua stretto contender per l’Oscar), Leonardo DiCaprio, la sua interpretazione riecheggia il Frank Abagnale Jr. di Catch Me If You Can nella sua fuga dalle responsabilità attraverso l’incassante mascherarsi, in senso più o meno figurato.

Proprio nello svolgimento (forse diluito da qualche lungaggine di troppo), quando il ping pong rivela il suo ruolo pretestuoso quasi scomparendo dalle vicissitudini di Marty Mauser, lo spettatore realizza il patetico sacrificio del protagonista: essere intrappolato in un ciclo infinito di manipolazioni, messe in scena e dissimulazioni al costo di veder sempre più snaturato il suo sogno.

Se prima il suo atto performativo rimaneva nel campo del gioco, alimentando la vicinanza tra disciplina sportiva e spettacolo, nel suo ritorno a New York si ritrova a usare questa versatilità per tenere il precario equilibrio una “facciata” dopo l’altra, affacciandosi continuamente a un’inesorabile sconfitta.

La maestria di Josh Safdie, oltre ad allestire un palcoscenico vitale ed entropico come accadeva nelle precedenti collaborazioni del duo, viene evidenziata soprattutto dall’eccellente lavoro di casting compiuto sulle varie “minacce” alla serenità di Marty, in un continuo intrattenimento squisitamente intellettuale di paralleli tra realtà e finzione.

Cominciando da Gwyneth Paltrow, richiamata dall’allontanamento dalle scene proprio per interpretare un’attrice incapace di reinventarsi e tornare alla ribalta, fino a Kevin O’Leary, spietato imprenditore nella vita di tutti i giorni come lo è la sua mostruosa controparte filmica. Un’operazione certosina che continua coi casi di recupero di icone da ambiti artistici estranei (l’esordio davanti alla macchina da presa di Tyler, The Creator, all’anagrafe Okonma) o da immaginari passati (Fran Drescher) o dal panorama del cinema d’autore (Abel Ferrara, in un ruolo che non sfigurerebbe nella sua filmografia da regista).

Il cuore di Marty Supreme, strabordante e adrenalinico inseguimento di due ore e mezza, risiede nella sua profonda dolcezza, anima che arriva a differenziarlo ad esempio dal pluricitato Diamanti Grezzi o da Good Time. Laddove il destino si riversava punitivo sulla spavalderia dei protagonisti, a Marty Mauser è concessa una modalità di realizzarsi e, soprattutto, di dare senso alla propria esistenza: diventare adulto, non chiudendosi nel suo Io e aprendosi a quell’umanità che ha provato a schiacciarlo in ogni occasione.

Forse proprio questo superamento del dream big che fa da sottotitolo del film a non rendere il nuovo lungometraggio da solista di Josh Safdie l’ennesima iterazione del medesimo esoscheletro narrativo, ma un’opera ben più complessa, affascinante e commovente con un semplice quesito: è più importante essere la star della propria vita o di quelle degli altri?

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