Alla fine delle quattro puntate di Adolescence, tornano in mente tre parole e un concetto che l’autrice Hannah Arendt ha espresso per riassumere l’andamento del processo per crimini di guerra a carico del funzionario nazista Adolf Eichmann, nel 1961. Arendt teorizzò che il responsabile del trasporto di milioni di ebrei nei campi di concentramento non era perverso, sadico o malvagio, ma «spaventosamente normale». La banalità del male, appunto, l’idea che siano gli individui comuni a commettere azioni immorali terribili. Proprio come accade nell’acclamato La zona d’interesse e ora anche nella mini-serie Netflix del momento.
Adolescence passerà alla storia come uno dei migliori drammi inglesi mai realizzati, non solo per questioni tecniche ma soprattutto per l’impatto sociopsicopedagogico del racconto. Ideata da Jack Thorne e dall’attore Stephen Graham (che interpreta il padre Eddie Miller), racconta in quattro episodi diversi periodi di tempo e punti di vista collegati al terribile omicidio di una giovane ragazza, per il quale viene arrestato il 13enne Jamie Miller. Ogni puntata di Adolescence è girata interamente in piano sequenza: la prima ne segue l’arresto, il trasporto alla centrale di polizia e il primo interrogatorio nel corso del quale viene tolto ogni dubbio, allo spettatore come alla famiglia, sulla colpevolezza del ragazzo; nel secondo l’ispettore a capo delle indagini si aggira per la scuola, pochi giorni dopo i fatti, per scoprire qualcosa di più sul movente dietro all’omicidio; il terzo fa un salto avanti di parecchi mesi, per raccontare dell’ultimo incontro tra Jamie e la psicologa chiamata a valutare il comportamento del ragazzo prima del processo; infine, si torna sulla famiglia Miller e su come stiano vivendo la loro vita un anno dopo l’arresto del figlio.
Già dalla breve sinossi degli episodi emerge un punto chiave di Adolescence: non siamo di fronte ad un thriller intenzionato a indagare passo passo sul caso in questione; non è Unbelievable, giusto per citare un’altra delle migliori mini-serie arrivate negli ultimi anni sulla piattaforma. Qui vengono dati solo alcuni riferimenti di cronaca, ma per il resto ci si tiene lontani dagli aspetti procedurali (arresto e interrogatorio a parte) per concentrarsi sull’impatto emotivo e psicologico dell’accaduto. Adolescence è glaciale, sotto questo aspetto: non c’è niente di più terrificante di un racconto nel quale lo spettatore è inchiodato di fronte a verità semplici e per nulla accomodanti, come l’idea che un 13enne che ha ucciso una compagna di scuola sia tutt’altro che un malvagio psicopatico, ma il prodotto di fenomeni sociali distorti che è più che mai urgente affrontare.
Jack Thorne e Stephen Graham hanno deciso di prendere infatti un’altra strada e di colpire duro soprattutto i genitori di adolescenti, costringendoli a chiedersi che cosa farebbero se fosse il proprio figlio a macchiarsi di un crimine così atroce. Emblematico in questo senso lo struggente dialogo finale tra il padre e la madre (Christine Tremarco), nel quale si interrogano sulle loro responsabilità nella crescita del figlio, ammettendo che avrebbero potuto fare di più, fare meglio, cogliere certi segnali. Adolescence in questo senso funziona come una wake up call nei confronti di temi e di un mondo che spesso viene ignorato, ma che nel corso degli ultimi anni e con l’esplosione dei social e della rete è diventato tanto importante quanto oscuro: si parla di bullismo, cyberbullismo, di cultura incel (costituita da individui che si definiscono “celibi involontari” e attribuiscono il fatto di non essere in una relazione sentimentale o sessuale al loro non essere attraenti: sembra una cosa da adulti, ma riguarda anche il mondo giovanile) e di come tutto questo possa creare un profondo disagio negli adolescenti.
Il “cosa”, in Adolescence, è devastante per impatto drammaturgico (e Through the Eyes of a Child sul finale rincara la dosa e spalanca i dotti lacrimali), ma il tutto è esaltato dal “come”: il corso ad un piano sequenza unico per ogni episodio non è solo un vezzo artistico, ma serve a tenere bloccato lo spettatore nel racconto, a non consentire via di fughe o pause, rende la visione ancora più difficile da sostenere perché viene meno la possibilità di evaderne. Una “cura Ludovico” della quale non si può che ammirare la maestria tecnica, nonostante le difficoltà emotiva che comporta per lo spettatore più sensibile e interessato. Siamo di fronte ad un raro caso di serie che rasenta la perfezione: non c’è nulla lasciato al caso, sia nei movimenti di camera che nella scelta dei dialoghi, anche se a volte il taglio così intimista può risultare frustrante per chi invece vorrebbe soddisfatta la propria curiosità sugli aspetti procedurali del caso (che fine ha fatto il coltello? Chi ha aiutato Jamie? Cosa succederà al ragazzo?); da brividi anche le interpretazioni, su tutte quella del giovane Owen Cooper, mostruoso nell’alternare momenti di tenerezza a esplosioni di rabbia che ci riportano al concetto iniziale, quello della banalità del male e di un ragazzo normale privo degli strumenti per gestire le proprie emozioni e una vita sociale ignota ai genitori e al resto della società.
Volendo banalizzarla si potrebbe dire che Adolescence è una serie “necessaria”, un “pugno nello stomaco” e usare altre etichette ormai retoriche e abusatissime, ma c’è una verità di fondo: è una serie in grado di innescare un dialogo sociale importante, che andrebbe fatta vedere nelle scuole, ai ragazzi e ai genitori e che non ci scrolleremo di dosso per parecchio tempo.
Foto: Netflix
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