Da qualche tempo, ormai, siamo entrati nell’era dei legacy sequel. Solo nel 2025 sono o stanno per arrivare in sala titoli come Final Destination: Bloodlines, 28 anni dopo, Karate Kid: Legends, So cosa hai fatto, Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo e Tron: Ares. Guardandoci alle spalle, sono da poco tornati in auge titoli come Beetlejuice, Il Gladiatore, Twisters e tra i film più attesi del 2026 c’è un certo Il diavolo veste Prada 2. Hollywood e dintorni, insomma, hanno aggiustato la mira e capito che non basta dare al pubblico un remake o reboot di un franchise e immaginario consolidato nella memoria, bisogna invece proseguire vecchie storie che coinvolgano personaggi e attori principali, inserendoli in linee narrative autonome. E poi c’è il nuovo Una pallottola spuntata, che fa esattamente il contrario di tutto questo ma riesce comunque ad essere il migliore dei legacy sequel possibili.
Quando è stato annunciato, tanto per cambiare, il film diretto da Akiva Schaffer ha subito sollevato un polverone: la trilogia con protagonista Leslie Nielsen nei panni dell’ispettore Frank Drebin della squadra di polizia è ancora troppo iconica, troppo divertente per pensare di poter ricreare quella formula. Ma dietro alla diffidenza dovuta al fatto che, come detto, viviamo un periodo cinematografico saturo di rifacimenti, i motivi per guardare con favore a questa nuova versione di Una pallottola spuntata c’erano tutti: la scelta di affidare a Liam Neeson il ruolo del nuovo Frank Drebin Jr., per iniziare, si inserisce in perfetta coerenza con lo spirito della saga originale, riprendendo una strategia che fu decisiva già nel 1988; fino a quel momento Leslie Nielsen era stato un interprete legato quasi esclusivamente a ruoli drammatici, oggi è il volto della comicità demenziale proprio grazie alla sua capacità di recitare l’assurdo con assoluta serietà. Allo stesso modo, Neeson – celebre per ruoli intensi in thriller e action come Schindler’s List, Taken o The Grey – si presta qui a quello stesso gioco comico vestendo i panni del figlio di Frank Drebin, in un contesto poliziesco in cui tutti gli altri personaggi, compreso quello di Paul Walter Hauser, sono figli dei vecchi protagonisti.
Il Frank Drebin Jr. di Liam Neeson non cerca quasi mai la battuta, ma lascia che siano il suo aplomb e il suo physique du rôle a generare il contrasto esilarante con l’assurdità delle situazioni. Il suo ingresso nel franchise non è quindi un tradimento del modello ZAZ, il gruppo di registi composto da Zucker-Abrahams-Zucker che negli anni ’80 riprese in mano la serie Police Squad! (1982), dando seguito al buon successo di Airplane! scegliendo proprio Leslie Nielsen come protagonista di una parodia dei codici del poliziesco e del noir. Così come la trilogia originale sovvertiva i cliché più riconoscibili delle investigazioni in stile Dirty Harry (l’ispettore della omicidi Harry Callahan interpretato da Clint Eastwood) e della retorica romantica dei film anni ’40, passando per le dinamiche procedural delle serie Dragnet o Colombo, così il nuovo Una pallottola spuntata prende invece di mira la grammatica del genere sci-fi alla Mission: Impossible, adattando il linguaggio cinematografico ai giorni nostri senza però rinunciare a ciò che rendeva così efficace quell’ironia meta-cinematografica che non risparmiava nulla (politica compresa).
La nuova storia è perfettamente sovrapponibile (talvolta pure eccessivamente) con quelle vecchie: Frank Drebin Jr. è un maldestro ma anche letale detective che si ritrova a indagare su un caso che punta dritto verso un magnate delle nuove tecnologie, che sono utili ma “si stava meglio quando si stava peggio”. Il piano del villain di turno (Danny Huston) è folle, talmente fantascientifico da sfociare quasi nel magico, ma d’altronde il primo Naked Gun girava attorno al tentato omicidio della Regina Elisabetta II grazie a un dispositivo che rendeva il soggetto un perfetto e inconsapevole assassino. Ogni singolo elemento è stato ripreso, per questo remake/sequel/reboot: il collega altrettanto folle, la femme fatale (Pamela Anderson, perfetta) che stravolge il cuore del protagonista, l’incapacità di Drebin di guidare e le assurdità della centrale della polizia sempre esilaranti ma anche sorprendentemente eleganti nella loro follia. Ci sono situazioni che sembrano copi-incollate dai vecchi film, ma il senso di déjà-vu per una volta è giustificato dal fatto che questa è un’operazione consapevole, studiata e calibrata. Non è un caso che a dirigerla sia Akiva Schaffer, che aveva già dato prova di grande equilibrio nel film Cip & Ciop agenti speciali (2022), dove era riuscito a mescolare umorismo citazionista e nostalgia anni ’90 con una scrittura brillante, pop e sorprendentemente moderna. Anche in questo Una pallottola spuntata riesce nell’impresa di rispettare lo spirito slapstick e demenziale della trilogia storica, inserendo però gag visive, riferimenti metacinematografici e battute a strati multipli che parlano al pubblico contemporaneo.
Il risultato è un reboot che non si limita a omaggiare, ma rilancia con intelligenza e ritmo l’identità comica del franchise. Lo fa riprendendone gli stilemi, il contrasto tra linguaggio formale e situazioni grottesche che ironizzano sui cliché dei film polizieschi, progettando ogni inquadratura per esaltare la gag senza creare tempi morti, lasciando che le battute emergano dal montaggio e dalla serietà formale. Lo fa, soprattutto, aggiornando e talvolta estremizzando quel meccanismo comico originale che rendeva Una pallottola spuntata così assurdo e riuscito: uno degli elementi distintivi della trilogia originale era infatti l’uso di una violenza completamente svincolata dal realismo, modellata più sui Looney Tunes che sui codici del cinema d’azione, che qui viene ripetutamente parodizzato – ad esempio nella magnifica scena ripresa da Mission: Impossible – Fallout. Come accadeva nei corti animati con Wile E. Coyote o Daffy Duck, i personaggi del film subiscono cadute, esplosioni, sparatorie o incidenti improbabili con conseguenze puramente comiche e mai drammatiche. Questo approccio slapstick – in cui la fisicità è spinta fino all’assurdo senza produrre danno reale – permette al film di moltiplicare le gag visive e sovvertire anche l’estetica della violenza cinematografica, trasformando ogni momento potenzialmente crudo in un’occasione per il nonsense. L’iperbole fisica, anziché aumentare la tensione, diventa così un disinnesco comico, in perfetta continuità con la tradizione del cartone animato classico.
Questo Una pallottola spuntata (dalla magnifica e ormai introvabile durata di 80 minuti) non è esente da difetti, paradossalmente anzi i suoi pregi contengono in sé il rischio stesso di una sensazione di scopiazzatura che il pubblico ormai conosce benissimo. Ma l’intuizione alla base è quella corretta: sono stati colti perfettamente gli elementi che rendevano la trilogia originale così comica e soprattutto replicabile, una formula che a giudicare dalle risate in sala funziona ancora. La nuova action comedy non è cinema cosplay, ma un’operazione di rilancio che può dare il via ad un nuovo fortunato filone – a patto che la vis comica resti questa, altrimenti si andrà verso un altro insulto finale, come in parte era stato l’ultimo svogliato capitolo della trilogia con Leslie Nielsen.
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