Wild Horse Nine, la commedia western di McDonagh è un capolavoro. La recensione da Venezia 83
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Wild Horse Nine, la commedia western di McDonagh è un capolavoro. La recensione da Venezia 83

L’ultimo emozionante film di Martin McDonagh con John Malkovich e Sam Rockwell, è una commedia western ambientata sull’Isola di Pasqua, con protagonisti due agenti della CIA. Si ride, si piange e si pensa, tutto il meglio che il cinema può fare

Wild Horse Nine, la commedia western di McDonagh è un capolavoro. La recensione da Venezia 83

L’ultimo emozionante film di Martin McDonagh con John Malkovich e Sam Rockwell, è una commedia western ambientata sull’Isola di Pasqua, con protagonisti due agenti della CIA. Si ride, si piange e si pensa, tutto il meglio che il cinema può fare

wild horse nine

Santiago del Cile, estate del 1973. Il paese è governato dal presidente socialista, democraticamente eletto, Salvador Allende, ma già si prepara il colpo di stato che porterà ai 17 anni di dittatura di Augusto Pinochet. In Wild Horse Nine, presentato in concorso a Venezia 83, Chris (Sam Rockwell) e Lee (John Malkovich) sono due agenti della CIA inviati in loco a monitorare la situazione e preparare il campo per la giunta militare, fino a che il capo sezione del Sudamerica MJ (Steve Buscemi) non li manda in missione sull’Isola di Pasqua. Che tipo di missione sia lo scopriremo pian piano, ma c’è (ancora) di mezzo l’omicidio di Kennedy.

Dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, McDonagh torna a Venezia con una sceneggiatura più brillante (si ride molto, soprattutto nella prima parte) ma non meno crepuscolare delle ultime, adottando un registro che può ricordare In Bruges e The Guard: un buddy movie con un mistero al centro e tante punch line, tanti dialoghi pirotecnici tra i suoi protagonisti. Non è necessariamente un tipo di cinema per tutti e che questo film invece lo sia è già un successo. 

Tutto gira attorno al personaggio di Lee, omicida di stato con 68 esecuzioni alle spalle, che comincia a osservare il suo passato con inquietudine, in particolare quando – durante il viaggio a Rapa Nui – la sua strada si incrocia con quella di due studentesse di sinistra.

Sarebbe un peccato dire di più. McDonagh trasforma i suoi agenti del caos prima in due clown tristi e poi in due cani sciolti, muovendo il film dalla commedia al western. Soprattutto esegue una perfetta mimesi tra personaggio e interprete, consegnando al settantaduenne Malkovich un ruolo che ne incrocia l’età, lo sguardo asimmetrico e l’indole stralunata (l’Oscar non sarebbe regalato). Ne esce il ritratto sentimentale di un uomo di Stato che comincia a farsi troppo tardi le domande giuste ma che ha accumulato esperienza e ricordi sufficienti per conoscere la verità e non farsi problemi a dirla.

Ed è su questo paradossale presupposto narrativo, quello di un agente della CIA che conosce tutti gli scheletri dell’armadio ed è disposto a esporli, inceppando potenzialmente i meccanismi della storia, che è costruito sia l’umorismo che l’epica di Wild Horse Nine. Attraverso Lee, lasciando al suo personaggio colpe e responsabilità, McDonagh si sgrava di qualsiasi remora e pronuncia l’impensabile. Ma se lo sguardo politico sulla storia e sul presente è dirompente, la commozione umanista – in ultimo – lo è perfino di più. Capolavoro.

Foto: Walt Disney Company

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