“The Lobster” (id., 2015) è il quarto lungometraggio del regista-sceneggiatore-produttore greco Yorgos Lanthimos.

Il cinema è senz’altro passione, divertimento, leggerezza, studio e, anche, ricerca e fantasia di ogni tipo. Vedendo il film in questione si ha la (netta) sensazione di aver sbagliato film e la sala di proiezione. In una sera arditamente autunnale una ventina di persone (cocciute) resistono fino all’epilogo (centoventi minuti lunghissimi) di una pellicola arditamente presuntuosa e presuntuosamente spenta.

Oltre ogni merito di (dis)applauso (forse in qualche emerito lussuoso festival di contorno) le vicende meritano dei fischi di circostanza e non: una storia nonsense che va oltre il consentito e una ripetizione di modi, luoghi e voci da far accapponare la pelle anche al più appassionato di cinema post-modernissimo e di fantasia cerebrale a go-go. Almeno per chi scrive una vera forzatura ogni ripresa soprattutto nella seconda parte. Parlavo di applausi ci sono nel film tra gli invitati ma si sentono anche dei fischi (all’americana …), beh … rovescio il tutto, fischi con rari battimani.

‘Non è un paese per single’ ed ecco che per trovare compagnia le persone sole vengono rinchiuse in un hotel: quarantacinque giorni il tempo dato per trovare l’altra metà per non essere trasformati in bestie. Le regole sono rigide e precise: non sono consentiti atti di amore e masturbazioni varie. La fuga è l’unica arma per David avendo visto le scarse possibilità di successo. Si unisce ai ‘solitari’ nel bosco ed entra in un altro gioco di scontro e misero sentimento, luce e occhi, vita e morte.

Un asettico film, interiormente plumbeo, ambienti distanti, colori ambivalenti e tortuosità viscide. Tutto scorre con un gusto al ribasso senza una punta da ricordare con un calco e ricalco di ogni gesto e applausi in sala-ospiti compiti e metallici; una natura magneticamente tetra e dei visi ermeticamente spenti. Un film che sparisce appena fuori dai luoghi di ritrovo dopo alcune carrellate (minime) tra lunghi corridoi (e ti aspetti un’ascia da qualche parte che non arriva) e schermi fissi nei tavoli imbanditi o nelle acque di piscine cloro(izzate). Corpi sfilacciati, padroni inermi e voci di un deja-vu bellico. Tutto in sintonia meno che allo spettatore che dopo l’entrata della natura (il bosco dei ‘disperati’) si sente escluso da ogni cifra di stile e quantomeno di arguzia allegorica. Un vero corpo in abbondanza dove l’epa di David (un Colin Farrell bravo ma che è limitato da una parte non sua, o completamente, sua) aggredisce (metaforicamente) l’incompiuta di un uomo acerbo alla vita e a se stesso (con sessualità nascosta ad ogni voglia di contatto).

Un film che finisce in mezz’ora o poco meno o poco di più: tutto il resto è un’aggiunta morbosa di un regista che intellettualmente ci crede troppo senza dare risalto a ciò che vorrebbe dire: aggiunte su aggiunte con situazioni a specchio simili e a rilento e un finale ‘asfittico’ e ‘teatrale’ in cui il vedere è solo per chi ha voglia di andare oltre la macchina da presa (sicuramente non per chi scrive) con una donna che rimane seduta ad aspettare (nessuno) e a restare senza vista (l’interiorità umana è dentro mai fuori…ma oramai lo sbandamento e le due ore sono veramente troppe per ogni gesto amorevole e d’incontro).

Gli attori manichini recitano quello che gli dicono ma la sopportazione è oltremodo pesante. La direttrice dell’hotel (Olivia Colman) e suo marito (Garry Mountain) sono in forma smagliante per un set appropriato in un minutaggio noir: sono ridicolamente grevi o trash-amente appassionati da incutere qualche timore sulla piena forma (recitativa) di ogni sano personaggio di mente che passa lungo questa pellicola (tristemente futile).

Voto: 4½/10

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