Yes: il massacro di Gaza visto da Israele nel disperato film di Nadav Lapid. La recensione
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Yes: il massacro di Gaza visto da Israele nel disperato film di Nadav Lapid. La recensione

Il regista Orso d'oro per Synonymes orchestra una riflessione sul genocidio israeliano ricorrendo a una partitura visiva selvaggia, furente e sperimentale e mostrando l'orrore degli apparati statali della sua nazione. Nella sezione Best of 2025 della Festa del Cinema di Roma 2025 dopo il passaggio alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes

Yes: il massacro di Gaza visto da Israele nel disperato film di Nadav Lapid. La recensione

Il regista Orso d'oro per Synonymes orchestra una riflessione sul genocidio israeliano ricorrendo a una partitura visiva selvaggia, furente e sperimentale e mostrando l'orrore degli apparati statali della sua nazione. Nella sezione Best of 2025 della Festa del Cinema di Roma 2025 dopo il passaggio alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes

Yes Nadav Lapid

Il musicista jazz Y. (Ariel Bronz) e sua moglie Jasmine (Efrat For) frequentano il bel mondo di Tel Aviv, esibendosi alle feste di lusso e, spesso, vendendo i loro corpi ai rappresentanti dell’élite. Per Y., però, le cose precipitano quando, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, viene incaricato di comporre la musica per un nuovo inno nazionale. Da quel momento, il musicista dovrà fare i conti con le implicazioni morali della propria arte.

Come può un cineasta israeliano metabolizzare il massacro di Gaza? Come si può continuare a fare cinema all’interno degli apparati produttivi di uno Stato macchiatosi di genocidio? Cosa filmare, oggi, mentre il rumore assordante delle bombe risuona a poca distanza da un popolo che continua a perpetrare la propria indifferenza? Muove da queste domande il regista israeliano Nadav Lapid in Yes, presentato alla scorsa Quinzaine des Cinéastes di Cannes e poi alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2025.

Il regista — Orso d’oro per Synonymes — orchestra una partitura visiva folle e selvaggia, in cui l’amoralità drogata e lussuriosa dei due protagonisti somiglia a una sorta di ovatta per silenziare la consapevolezza di un orrore indicibile, abbandonandosi a una danza sfrenata e iperrealista fatta di passioni forti e piaceri senza redenzione. La rappresentazione dei capi della società israeliana — demoniaci, turpi e amorali — e dei loro bagordi è sorretta da uno stile incendiario che mescola citazioni da Cuore selvaggio di David Lynch (con Love Me Tender di Elvis Presley a esplicitare la citazione) e un approccio sperimentale e assolutamente poco ortodosso, dedito a un costante senso dello sberleffo e della provocazione verso gli apparati statali israeliani e le loro colpe.

Lapid crea un film ebbro di vitalità ma anche di disagio e senso di inadeguatezza, in cui il protagonista vive un percorso in tre atti che, dalla “bella vita” iniziale — come recita il titolo del primo capitolo — ne attraversa altri due intitolati “Il percorso” e “La notte”. Se il primo è in assoluto il più flamboyant, e anche il più estremo, gli altri due non sono da meno nel raccontare il progressivo avvicinarsi alla metabolizzazione di quanto accaduto il 7 ottobre e di ciò che si è scatenato successivamente ai fatti del Nova Festival.

Se da un lato, come dice Jasmine a Y., il generale israeliano va “lasciato vincere” perfino in una gara canora, dall’altro non si può rimanere indifferenti di fronte a un film che mostra come in Israele abiti innanzitutto lo sfregio dell’umanità, ancor più che quello del buon gusto. Lapid racconta, sostanzialmente, un’impotenza; parla di una felicità che può esistere solo nella “sottomissione”, nella resa, nella dicotomia radicale tra il sì e il no, tra la compiacenza e il rifiuto.

Disperato e apocalittico, Yes è un film in cui l’inno israeliano risuona macchiandosi concretamente di sangue e il protagonista arriverà a dover sfogare la propria rabbia osservando l’orizzonte della Striscia di Gaza martoriata dalle bombe. In quanto israeliano, la nevrosi del dover soggiacere a un’ideologia in cui il nemico va eliminato solo perché “porta la svastica”, e in cui Israele esiste come esecutore di una politica guerrafondaia di apartheid (“Noi almeno abbiamo una guerra”), dà vita a un lacerante urlo di disperazione, senza requie né compromessi.

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