Richard Linklater mette in scena il tempo, sta definendo un profilo autoriale basato sulla durata dei progetti (anzi, sulla durata dello sguardo) invece che sul loro argomento. Dopo la trilogia ventennale Prima dell’alba / Prima del tramonto / Prima di mezzanotte, Boyhood è un altro film dalla programmazione lunga: 12 anni di riprese ovviamente saltuarie – per osservare la crescita di un ragazzino, Mason, dalla scuola elementare all’ingresso al college.
Difficile parlare del film senza spostarsi in un territorio puramente teorico, e proprio in questo è il pregio e limite dell’operazione. L’oggetto, più che la storia/una storia raccontata, è infatti l’invecchiamento dei suoi interpreti: Ellar Coltrane, che interpreta Mason; Ethan Hawke e Patricia Arquette, che interpretano i suoi genitori, divorziati; Lorelei Linklater (la sorella), e poi tutti gli amici e le altre di figure di passaggio nella sua vita (come i successivi compagni della madre).
L’invecchiamento reale è impressionante e istruttivo: nei film, per rappresentare età diverse, si cercano di solito attori simili per fisionomia e lineamenti, mentre Mason/Ellar mostra letteralmente come si cresce: più rotondo in giovane età, poi via via sempre più longilineo, effeminato, il suo corpo velocemente cambia struttura – a tratti quasi si stenta a riconoscerlo – mantenendo come elemento ricorrente più che una forma un principio, un attitudine che è un’indole, un modo di muoversi. In misura simile, succedeva già con i film della saga di Harry Potter, ma qui la prossimità delle immagini, la compattezza del montaggio, fa la differenza. Questa è la vera ricchezza dell’opera, e Linklater sembra saperlo, facendo per il resto terra narrativamente spianata intorno al suo protagonista. Se infatti Boyhood è inevitabilmente il coming of age definitivo, dall’altra è un lavoro in cui i conflitti riguardano tutti tranne il personaggio principale: Mason non varca alcuna linea di passaggio, non esprime alcun turbamento (il compagno violento della madre, i bulletti del liceo, la prima fidanzata, sono solo oggetto di osservazione), funge invece da specchio per tutti i comprimari e quindi in definitiva per lo spettatore; quello che gli accade, gli accade “per fisionomia”.
Boyhood suona quindi scritto troppo o troppo poco a tavolino, a seconda del punto di vista con cui lo si giudica, un disequilibrio creativo che però è miracolosamente funzionale all’intrattenimento e all’emozione, e le quasi tre ore di durata pesano soltanto nell’ultima parte. Non c’è una vera morale, non c’è un vero racconto, c’è però un’idea, non nuova ma forte: il senso delle cose è nel cambiamento, ed è proprio quello che quasi sempre sfugge al cinema, l’esito più difficile in generale per l’arte figurativa, quello che la narrativa si tiene invece ben stretto.

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