Jesse Walsh, protagonista di NIghtmare 2 e Scream Queen!

Altre quattro brevi recensioni scritte a caldo dalla 37a edizione del Torino Film Festival. L’ultimo festival importante dell’anno, quello che raccoglie il meglio di quanto visto nei mesi precedenti al Sundance, a Cannes, a Locarno e a Toronto senza essere passato per Venezia o Roma, né ovviamente per le nostre sale. Oltre naturalmente a un certo numero – quest’anno 45 – di anteprime mondiali.
Le prime quattro recensioni, quelle di Jojo Rabbit, The Good Liar, True History of the Kelly Gang e Guns Akimbo, le trovate qui.

IL GRANDE PASSO
Unico film italiano del concorso, dal regista di Finché c’è prosecco, c’è speranza, Antonio Padovan. Quello era un thriller investigativo, questo è – tecnicamente – un film di fantascienza, a testimonianza che Padovan sta sostanzialmente tentando di rifondare i generi nella campagna veneta e con budget a dir poco esigui. C’è di nuovo Giuseppe Battiston, che stavolta interpreta un matto che ha deciso di costruire nella sua fattoria un razzo alimentato a nebbia (!) per viaggiare fin sulla Luna (e ritorno). Il primo tentativo fallisce, il campo del vicino va a fuoco e la questura lo vuole comprensibilmente internare. Fino a che da Roma arriva il fratellastro (Stefano Fresi) a cercare di calmare le acque. Alla fine più che uno sci-fi è una specie di versione padana dei bromance americani, però Battiston è bravissimo, i comprimari simpatici (Roberto Citran, Teco Celio) e la piccola magia del film è di farti credere a una storia che, quando la leggi, pensi possa essere declinata solo in chiave surreale. E invece no, una mezz’ora dopo l’altra ti ritrovi a pensare che forse, se studi abbastanza e non molli la presa, sulla Luna ci puoi arrivare senza bisogno delle Nasa. Si sorride anche senza bisogno di scorciatoie grottesche, nel ricordo del cinema di Mazzacurati.
Voto: 7.

SCREAM QUEEN! MY NIGHTMARE ON ELM STREET
La tentazione è di iniziare con: un documentario ormai non si nega a nessuno. La storia è quella di Jesse Walsh, attore omosessuale che nel 1985 si ritrova a interpretare il ruolo di protagonista nel secondo Nightmare, dopo il successo clamoroso del primo. Solo che Nightmare 2, che tra l’altro tradisce il mito di Freddy Krueger (è un film di possessioni), passerà alla storia come uno dei casi più celebri di cripto queer movie (rivedere per credere) nonché come l’episodio meno amato della saga. Problema: fare un queer movie e non dichiararlo a metà degli anni ’80, in piena crisi dell’AIDS e conseguente omofobia dilagante, rischia di crearti un sacco di problemi. Il regista incredibilmente se ne lava le mani, lo sceneggiatore pure, e tutti additano Walsh come responsabile del “tono” del film (ancora oggi in Rete si trovano commenti che grondano odio). La sua carriera finisce prima di iniziare, Walsh si ammala e finisce in “esilio” in Messico. Seguirà riabilitazione.
Siamo di fronte a una storia triste, fortunatamente a lieto fine, che contiene una grossa curiosità cinefila e una riflessione storica sui tempi sociali della nostra morale. Unica concessione formale: l’uso di filtri che simulano anche nelle parti documentarie l’estetica horror anni ’80. Detto questo, fate voi: un 6 glielo si può anche dare ma è proprio una robetta.
Voto: 6.

SYNONYMES
Qui siamo in piena arena festivaliera, bisogna essere disposti alla sfida cinefila e accettare un linguaggio pieno di contorsioni (e d’altra parte il riferimento al linguaggio è già nel titolo). La storia è quella (semi-autobiografica) di un ragazzo israeliano che si trasferisce a Parigi per scappare dalla sua famiglia e dalle sue origini. Non ha vestiti, non ha un euro, campa della generosità di un giovane francese, aspirante scrittore, che lo prende in simpatia. Prova a lavorare come guardia giurata, si innamora di un’amica del suo benefattore, posa come modello per nudi fotografici, combatte con le memorie della sua vecchia vita. Tutto per lui passa dalle parole, che studia ossessivamente dal dizionario, o che ripete sulla scorta dei ricordi di brani omerici. E in definitiva perde, perché alla fine si capisce che una vera integrazione resta un’utopia.
La critica ha parlato di echi della Nouvelle Vague e così, sostanzialmente, è: l’impaginazione è irregolare, ci sono movimenti di macchina di tutti i tipi e cambi di registro continui (grottesco, surreale, assurdo, realista), più un gran numero di situazioni indecifrabili. Però è chiaro che Nadav Lapid sa quello che fa, racconta in seguito a un’esigenza, ha un’energia furiosa che i suoi attori rilanciano prontamente. Roba per pochi, ma è pur sempre il film che ha vinto il Festival di Berlino.
Voto: 6,5.

GREENER GRASS
Film folle, il migliore visto nei primi giorni a Torino. Una commedia di classe – la middle class americana, quella dei villini con giardino, dei viali alberati e delle scuole con i campi sportivi – tutta giocata sui complessi di invidia, che qui tracimano fino a sconvolgere il senso delle cose. Non solo invidia per la piscina o la moquette altrui, ma soprattutto invidia per i figli e le loro qualità (da esibire sui campi da calcio o nei saggi musicali), cioè per la ricchezza del nucleo familiare. Famiglia che diventa oggetto di scambi e trasformazioni surreali: una donna troppo gentile regala alla vicina di casa la sua neonata, un altro bambino si trasforma improvvisamente in un labrador (!) compromettendo lo status sociale di mamma e papà… E via così. Poi la satira tocca tanti altri temi (l’ossessione per il ruolo educativo della tv, quella per la vacanze in Europa, naturalmente quella per le acconciature), tracciando un quadro della borghesia bianca americana di spudorata isteria ma per nulla superficiale. Sembra un film di John Waters con un pizzico della Twin Peaks di Lynch: per lo più si ride ma qua e là il sospetto che ci sia qualcosa di agghiacciante all’interno della farsa viene a galla.
Voto: 8.

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