Tra le tante serie originali lanciate da Netflix nel corso degli anni, ce n’è una che continua a tornare nelle discussioni, nelle classifiche e nella memoria degli spettatori come una sorta di punto di non ritorno. Per molti è la migliore serie mai prodotta dalla piattaforma, un capolavoro di precisione, tensione e scrittura che ha ridefinito il modo di raccontare il true crime in tv. Eppure, nonostante questo status quasi leggendario, il suo viaggio è destinato a restare incompiuto: Mindhunter non avrà mai la conclusione che i fan sognavano, almeno non nella forma con cui l’abbiamo conosciuta.
Ideata da Joe Penhall e prodotta da David Fincher e Charlize Theron, Mindhunter è basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano di John E. Douglas e Mark Olshaker. La serie segue la nascita della Behavioral Science Unit dell’FBI alla fine degli anni Settanta, attraverso il lavoro di due agenti, Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany), affiancati dalla psicologa Wendy Carr (Anna Torv). Il loro compito è tanto semplice da spiegare quanto disturbante da vedere: sedersi di fronte ai peggiori assassini d’America, intervistarli, catalogarli, provare a capire come funziona la loro mente per anticipare i crimini del futuro. Il risultato è un racconto fatto di dialoghi tesi, interrogatori interminabili, dettagli minimi che diventano rivelazioni, una messa in scena glaciale e chirurgica che porta la firma inconfondibile di Fincher.
Fin dalla prima stagione, pubblicata nel 2017, Mindhunter è stata accolta come una delle vette assolute del catalogo Netflix. La seconda stagione, arrivata nel 2019 e incentrata in gran parte sul caso degli Atlanta Child Murders, ha confermato questa impressione, pur essendo frutto di una lavorazione complessa: lo showrunner originale è stato sostituito, otto episodi già scritti sono stati rigettati e riscritti, e lo stesso Fincher si è trasferito a Pittsburgh per seguire da vicino ogni aspetto della produzione. Un impegno enorme, definito “estenuante” dal co-produttore Peter Mavromates, che ha contribuito a rendere la serie tanto raffinata quanto fragile dal punto di vista industriale.
Nel gennaio 2020, Netflix ha annunciato la sospensione a tempo indefinito del progetto, liberando il cast dai vincoli contrattuali. Per anni, il futuro di Mindhunter è rimasto in una sorta di limbo, alimentato solo dalle speranze dei fan. La risposta più chiara è arrivata nel 2023 dallo stesso David Fincher, che ha spiegato perché la serie non sarebbe proseguita: «Sono davvero orgoglioso delle prime due stagioni. Si tratta tuttavia di uno show molto costoso e, agli occhi di Netflix, non abbiamo attirato abbastanza pubblico per giustificare l’investimento. Non posso biasimarli, si sono presi dei rischi per portare avanti la serie e mi hanno dato i mezzi per realizzare Mank secondo la mia visione e mi hanno permesso di avventurarmi su nuove strade con The Killer. È stata un’opportunità per collaborare con persone capaci di osare. Il giorno in cui i nostri desideri non collimeranno più dovremo essere guardarci onestamente in faccia e separare le nostre strade». Di fatto, con queste parole Fincher ha messo la parola fine alla possibilità di una terza stagione televisiva.
Eppure, come spesso accade con i titoli diventati di culto, la storia non si è chiusa del tutto. Nel tempo, Mindhunter ha continuato a macinare passaparola e rivalutazioni, fino a riaccendere l’interesse dello stesso ecosistema creativo che l’aveva generata. Secondo quanto raccontato da Holt McCallany, il silenzio potrebbe un giorno spezzarsi non con una nuova stagione, ma con qualcosa di diverso. L’attore ha rivelato di aver incontrato Fincher nel suo ufficio e di aver sentito prospettare un’ipotesi radicale: «Ho avuto un incontro con David Fincher nel suo ufficio qualche mese fa, e mi ha detto che c’è la possibilità che torni come tre film da due ore. So che ci sono sceneggiatori al lavoro, ma, come sempre, David dev’essere soddisfatto della sceneggiatura». Non si tratta di un annuncio ufficiale, né di un progetto confermato, ma di una possibilità allo studio, legata a molte variabili creative e produttive.
Nel frattempo, però, la serie è già “tornata” in un altro modo, più sottile e giocoso. Nel finale di stagione di Monster: The Ed Gein Story, Ryan Murphy e Ian Brennan hanno inserito un omaggio pensato proprio per chi ha amato Mindhunter. Dopo la cattura di Ed Gein, la scena si sposta in carcere, dove il killer riceve la visita di due agenti dell’FBI, John Douglas e Robert Ressler: le controparti reali che hanno ispirato Holden Ford e Bill Tench. I nuovi interpreti richiamano in modo evidente Jonathan Groff e Holt McCallany, tanto da dare l’impressione di assistere a un frammento inedito della serie di Fincher. A rendere il gioco ancora più esplicito c’è il ritorno di Happy Anderson nei panni di Jerry Brudos, lo stesso ruolo che aveva già interpretato in Mindhunter. È un gioco di specchi calibrato, che non pretende di essere realistico sul piano storico – nella realtà, Gein non ebbe contatti documentati con altri serial killer e l’incontro con l’FBI non fu un’intervista strutturata – ma costruisce un piccolo ponte simbolico tra due racconti diversi dello stesso immaginario.
Per questo, oggi Mindhunter vive in una condizione singolare: è, per molti, la migliore serie Netflix di sempre e allo stesso tempo uno dei più grandi “what if” della televisione moderna. Non tornerà più nel formato in cui è nata, la sua terza stagione non si farà, e il destino del BTK Killer o delle vite private di Ford e Tench resterà sospeso. Ma il suo universo continua a proiettare ombre lunghe, tra omaggi, citazioni e ipotesi di trilogie cinematografiche. Finché non ci sarà una decisione definitiva su quei film, Mindhunter resterà esattamente dove si trova ora: in quel territorio intermedio in cui finiscono le storie migliori quando vengono interrotte troppo presto, e dove la mancanza di un finale contribuisce a renderle, paradossalmente, ancora più indimenticabili.
Leggi anche: È in arrivo su Netflix la nuova Mindhunter… ed è ispirata a una storia vera sconvolgente
© RIPRODUZIONE RISERVATA