A dieci anni dalla sua uscita, Man in the Dark, claustrofobico thriller diretto da Fede Álvarez, continua a essere ricordato come una delle più riuscite declinazioni del genere, il quale ha regalato al pubblico uno dei “villain” più memorabili e temibili che si siano mai visti sul grande schermo. Ma facciamo un passo indietro.
In un primo momento, Man in the Dark vorrebbe far credere allo spettatore di essere una sorta di home invasion, con tre giovani ladri, Rocky (Jane Levy), Alex (Dylan Minnette) e Money (Daniel Zovatto), che decidono di introdursi nella casa di un anziano cieco, Norman Nordstrom (Stephen Lang), convinti che sarà una vittima facile da derubare. Tuttavia, le cose prendono rapidamente una piega completamente inaspettata.
Norman, ex marine veterano della Guerra del Golfo, è infatti tutt’altro che indifeso. La sua casa diventa una trappola mortale per i tre giovani intrusi, i quali si ritrovano costretti a muoversi nel buio e nel più assoluto silenzio per sfuggire al loro apparentemente fragile bersaglio il quale, nella sua cecità, ha affinato tutti gli altri sensi. La narrazione si fa poi più stratificata quanto emergono le terribili verità sul passato dell’uomo, le quali renderanno la situazione dei tre ladri ancora più pericolosa.
Il ribaltamento delle prospettive è senza dubbio la grande trovata di Man in the Dark. Álvarez prende un meccanismo narrativo familiare e lo trasforma in maniera sempre più imprevedibile, costringendo lo spettatore a cambiare continuamente prospettiva e costringendolo a simpatizzare per quello che, sulla carta, dovrebbe essere il villain della situazione. Dal canto suo, Stephen Lang è terrificante nei panni di Norman, mentre Jane Levy offre una performance memorabile nei panni di una protagonista costretta anch’essa a combattere per la propria sopravvivenza.
Il film ottenne un notevole successo commerciale mettendo a segno 150 milioni di dollari al box office mondiale a fronte di un budget di appena 10, il tutto sostenuto dal grande plauso della critica cinematografica. Con questi risultati, un sequel che potesse aprire la strada ad un vero e proprio franchise sembrava quindi inevitabile, come poi puntualmente verificatosi cinque anni dopo.
Tuttavia il sequel, intitolato L’uomo nel buio – Man in the Dark, finì per sprecare quanto di buono messo in piedi col primo capitolo, uccidendo sul nascere ogni tentativo di ampliare la mitologia di Norman Nordstrom. Il film commise fin da subito l’errore capitale di trasformare Norman nel protagonista e quindi nel centro emotivo del film. Dopo gli eventi del primo capitolo, l’uomo vive ormai isolato e si prende cura di una giovane ragazza, Phoenix, che considera come una figlia, e quando questa viene rapita, Norman si lancia al suo salvataggio.
Sulla carta avrebbe potuto essere una premessa interessante. Il problema è che il film cerca di trasformare in eroe proprio l’uomo che nel primo capitolo, al netto del suo passato difficile e dei soprusi subiti, aveva mostrato una natura estremamente disturbante. Norman aveva tenuto prigioniera una donna nel proprio seminterrato con l’intenzione di costringerla a dargli un figlio dopo la morte della propria figlia. L’uomo nel buio – Man in the Dark tenta quindi di riabilitarne la figura, ma rinuncia a costruire un percorso che possa anche lontanamente rendere plausibile la sua redenzione.
A peggiorare la situazione c’è poi la perdita dell’effetto sorpresa. Il sequel segue infatti una struttura molto più convenzionale, rinunciando a buona parte di quella imprevedibilità che aveva trasformato la casa di Norman in un autentico incubo dal quale non c’era via di scampo. Fattori dovuti secondo molti all’assenza di Fede Álvarez, il quale non tornò alla regia. Il film venne infatti affidato a Rodo Sayagues, storico collaboratore del regista, mentre Álvarez rimase coinvolto come produttore e sceneggiatore. Tuttavia, senza la sua mano dietro la macchina da presa, il sequel non riuscì minimamente a replicare la costruzione della suspense e l’atmosfera soffocante dell’originale.
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Fonte: ComicBook
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