A distanza di più di un decennio è tempo di riscoprire un affascinante thriller psicologico che può vantare dalla sua quella che ad oggi può essere considerata come la migliore e più intensa performance mai offerta da Tom Hardy. Ma dimenticatevi l’azione dei cinecomic o dei film d’azione, perché il film in questione – tra i più sottovalutati degli ultimi tre decenni – si svolge interamente nel corso di un viaggio notturno in macchina verso Londra con il protagonista al telefono.
Stiamo parlando di Locke, film del 2013 scritto e diretto da Steven Knight, già autore di Peaky Blinders. Nonostante la sua premessa solo apparentemente limitata all’abitacolo dell’auto, non c’è dubbio che Locke rimanga ancora oggi un’esperienza cinematografica unica nel suo genere. Questa ci immerge infatti in una inesorabile spirale di tensione che fa avvertire tutto il peso delle scelte personali del protagonista, il quale cerca di tenere insieme i pezzi della propria vita che gli sfuggono dalle mani.
Al centro della trama abbiamo Ivan Locke, un uomo metodico, affidabile, quasi ossessionato dal controllo. Supervisiona enormi cantieri e la mattina successiva dovrebbe occuparsi di una colossale colata di cemento, probabilmente il momento più importante della sua carriera. Eppure decide improvvisamente di salire sulla sua BMW e guidare nella direzione opposta a quella prevista per tornare a casa. Attraverso una lunga serie di telefonate scopriamo il motivo: una collega con la quale ha avuto una relazione extraconiugale sta per partorire prematuramente.
Da qui prende forma una slavina di prese di coscienza sempre più drammatiche, con ogni chiamata segna una crepa sempre più profonda nella vita di Ivan. Parlando con i figli cerca di apparire rassicurante, mentre con la moglie Katrina è freddo e evasivo, quasi incapace di affrontare davvero il dolore che sta provocando. Al telefono con il suo superiore mantiene invece un tono freddo e professionale, come se bastasse organizzare tutto nei minimi dettagli per impedire al suo mondo professionale e relazionale di crollare.
La genialità di Locke sta proprio nel vedere quest’uomo tentare disperatamente di tenere insieme ogni pezzo della propria esistenza mentre tutto gli esplode tra le mani in tempo reale. Più il viaggio prosegue, più diventa evidente che Ivan non è realmente presente in nessuna delle sue relazioni umane. È fisicamente isolato dentro l’abitacolo della macchina e, simbolicamente, lo è anche dal punto di vista emotivo.
Le sfaccettature psicologiche del personaggio sono magistralmente veicolate da Tom Hardy, che offre quella che è la miglior performance della sua carriera lavorando per sottrazione in maniera chirurgica. Tutto passa attraverso la voce, le pause, gli sguardi riflessi nel parabrezza e il linguaggio del corpo. Hardy a sostenere praticamente da solo un intero film senza mai perdere intensità, trasformando ogni telefonata in una scena tesissima e restituendo la figura di un personaggio profondamente imperfetto, ma nel quale è impossibile non identificarsi.
Il film diventa così uno studio sul senso di colpa, sulla responsabilità e sulla fragilità maschile. Ivan Locke non è un eroe e non cerca nemmeno di esserlo. Ha tradito la moglie, ha ferito la sua famiglia ed è a un passo dal distruggere la propria carriera. Ma nel tentativo ostinato di “fare la cosa giusta” per adempiere fino in fondo ad un personalissimo codice morale finisce per rendere ancora più dolorose le conseguenze delle sue azioni. Un paradosso morale che rende la parabola di Locke tanto magnetica quanto tragica.
In un’epoca in cui il thriller spesso confonde la tensione con l’azione fine a sé stessa, con il suo radicale minimalismo Locke dimostra invece quanto possa essere devastante il semplice assistere alla caduta di un uomo che cerca disperatamente di tenere insieme i pezzi della propria vita di fronte a uno sbaglio di cui deve assumersi la responsabilità, dando così vita ad uno dei thriller psicologici più carichi di tensione mai realizzati.
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