Nel 2015 arrivava sui grandi schermi un piccolo thriller horror a basso budget distribuito da A24, il celeberrimo studio americano che negli anni successivi avrebbe distribuiti titoli da Oscar come Everything Everywhere All At Once e Moonlight insieme ad una sfilza di incubi d’autore come Hereditary, Midsommar, The Lighthouse e Pearl.
Inizialmente passato inosservato, negli ultimi anni Green Room è stato riscoperto e rivalutato come uno dei più grandi cult dimenticati realizzati dallo studio. Diretto da Jeremy Saulnier, già autore dell’ottimo Blue Ruin, Green Room è un survival horror claustrofobico, crudo e violentissimo, che mescola l’estetica grezza del punk rock con il disturbante orrore perpetrato dall’essere umano. Una volta distribuito, il film incassò 3 milioni di dollari a fronte di un budget di 5, tuttavia negli anni si è guadagnato lo status di perla nascosta grazie al passaparola, alla reputazione crescente dello studio e – soprattutto – a un cast eccezionalmente ispirato.
La storia è incentrata su una band punk squattrinata in tour nel nordovest americano. Quando un concerto viene cancellato, i ragazzi accettano di suonare in un locale sperduto, gestito da una cricca di neonazisti ottenendo un normale ingaggio underground. Ma le cose degenerano quando, nel backstage – la famigerata “green room” – il gruppo scopre il cadavere di una ragazza pugnalata a morte. Il bar si trasforma così in una prigione improvvisata. I neonazisti, capitanati da un glaciale Patrick Stewart (sì, quel Patrick Stewart), decidono di eliminare ogni testimone. Da qui in poi, Green Room diventa una brutale lotta per la sopravvivenza, un assedio teso e adrenalinico in cui la band combatte per uscire viva da un incubo sempre più cruento.
A differenza di altri titoli horror targati A24, Green Room non ha elementi soprannaturali, puntando tutto su un terrore estremamente realistico: lo scontro con una violenza ideologica e fisica tangibile, attuale, che attinge a paure molto più vicine di quanto vorremmo ammettere. È proprio questa credibilità a rendere ogni colpo, ogni morte, ogni decisione disperata ancora più potente. I “mostri” sono uomini in carne e ossa. Skinhead armati, disposti a tutto pur di non lasciare tracce. E proprio per questo, ogni vittima pesa. Ogni sopravvissuto conta.
A guidare il cast c’è il compianto Anton Yelchin, tragicamente scomparso nel 2016, che qui regala una delle sue performance più intense nel ruolo di Pat, il bassista della band. Il film è filtrato attraverso il suo sguardo: è lui il nostro punto di riferimento emotivo, il personaggio con cui ci identifichiamo mentre l’inferno si scatena. Accanto a lui, Imogen Poots è magnetica nel ruolo di Amber, ragazza spigolosa ma determinata, mentre Alia Shawkat, nota per Arrested Development e recentemente vista in Blink Twice di Zoë Kravitz, completa il trio con una presenza solida e credibile.
Ma la vera sorpresa è Sir Patrick Stewart. Dimenticate il Professor X o il Capitano Picard. Qui interpreta Darcy Banker, un leader neonazista freddo, manipolatore e terrificante. È uno dei villain più spiazzanti e realistici degli ultimi anni, e il suo carisma gelido è parte integrante della tensione che il film costruisce minuto dopo minuto.
Green Room non è un horror raffinato o simbolico come The Witch o Ho visto la TV brillare, ma è un thriller d’assedio brutale e perfettamente costruito, con un’anima punk e un ritmo micidiale. Se siete fan del genere, o appassionati di cinema indie, Green Room è senza dubbio una visione imprescindibile.
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Foto: A24
Fonte: CBR
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