A Classic Horror Story Netflix

Su Netflix sta per arrivare una rivoluzione horror tutta italiana: dal 14 luglio sbarca sulla piattaforma A Classic Horror Story, il film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli presentato oggi al Taormina Film Fest e protagonista della cover di Best Streaming di luglio.

A Classic Horror Story porterà in streaming, in 190 paesi, una storia da brivido condita per la prima volta dal folclore italiano, omaggiando e reinventando però anche la tradizione del cinema dell’orrore internazionale, soprattutto quello americano. La trama parte proprio come il più classico degli horror: cinque giovani “carpooler”, che condividono un viaggio in camper per raggiungere una destinazione comune, dopo un incidente si ritrovano in mezzo al nulla. La strada che stavano percorrendo è scomparsa, c’è solo un bosco fitto e impenetrabile e una casa di legno in mezzo ad una radura. Scopriranno presto che è la dimora di un culto innominabile, e saranno calati in un vero e proprio incubo.

«Il progetto nasce da un sogno iniziato diversi anni fa: fare un film che partisse dai classici film dell’orrore con i quali sia io che Paolo siamo cresciuti, come La casa, Non aprite quella porta, Misery, Le colline hanno gli occhi», spiega a Taormina Roberto De Feo. C’è però, nella trama, un elemento estraneo al genere e del tutto originale: quello della mafia, in particolare la storia della sua nascita, legata alla leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. I tre fratelli, si narra, fondarono la prima associazione mafiosa nel 1400. «Dieci anni fa il classico horror story avrebbe spaventato il pubblico con l’elemento soprannaturale, oggi spaventa con la realtà. Il tema della mafia l’abbiamo scelto noi, ma prima c’erano tre cattivi più vicini a Leatherface di Non aprite quella porta, Michael Myers di Halloween e Jason Voorhees di Venerdì 13. Dopo che Netflix ci ha chiesto di introdurre nel film il folclore italianoabbiamo tirato fuori la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso». Non si tratta assolutamente, però, di un film di mafia: «La usiamo più come cliché, per prenderci in giro con un elemento riconoscibile in 190 paesi. Il finale è pieno di ironia e assurdità: non volevamo certo parlare seriamente di un problema serissimo come quello della ‘ndrangheta».

A Classic Horror Story Netflix cast

Piuttosto, gli autori volevano ridefinire il concetto di orrore, «che qui riguarda anche la cronaca, il girarsi dall’altra parte. Il film è un’accusa alla pornografia del dolore e alla spettacolarizzazione della morte, il contenuto originale più richiesto». I mesi del lockdown hanno portato gli autori a mettere a fuoco ancora meglio questi temi: «Nella scena finale per esempio vediamo persone che, invece di dare un aiuto alla protagonista, cominciano a fare un video col cellulare: purtroppo sono cose che accadono tutti i giorni», dice De Feo. «È giusto che i film horror in Italia non siano copie di quelli americani ma raccontino le nostre fissazioni».

Elisa, la protagonista, è interpretata da Matilda Lutz: «Mi ha molto colpito la trasformazione del personaggio che, da succube e silenzioso, diventa la final queen», commenta l’attrice. «È stato divertentissimo rivedere il film completato». Per scelta, i registi hanno detto no allo splatter spinto: «Ci siamo chiesti come dare una sensazione di ferocia senza scadere nel torture porn», spiega Paolo Strippoli. «Volevamo evocare il dolore fisico estremo che i protagonisti provano, ma sottraendo sempre qualcosa». 

A Classic Horror Story è un film di genere pensato per il mercato globale di Netflix, ma con ambizioni autoriali: una vera sfida ai quali i produttori di Colorado Film lavoravano da tempo. «Abbiamo portato in giro questo script dal 2016 ai festival, ai mercati, ai distributori: piaceva, ma poi mi chiedevano sempre di fare invece un’altra commedia», racconta il produttore Alessandro Usai. «Finalmente abbiamo incrociato Netflix che ci ha consentito di fare il film con delle risorse adeguate per potersi confrontare sul mercato internazionale. Quel poco horror italiano prodotto negli ultimi 20 anni si abbinava sempre alla parola “low budget”: affascinante, ma al cinema è difficile se ti devi confrontare con un genere dalle potenzialità globali».

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