A distanza di 30 anni, questo sottovalutato horror è ancora oggi una lezione di inquietudine silenziosa
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A distanza di 30 anni, questo sottovalutato horror è ancora oggi una lezione di inquietudine silenziosa

Un racconto sospeso tra fantascienza e terrore psicologico, dove l’infanzia diventa simbolo di alienazione e pericolo latente

A distanza di 30 anni, questo sottovalutato horror è ancora oggi una lezione di inquietudine silenziosa

Un racconto sospeso tra fantascienza e terrore psicologico, dove l’infanzia diventa simbolo di alienazione e pericolo latente

Frame dall'horror Villaggio dei dannati di Carpenter

Ci sono film che il tempo ha saputo trasformare in cult assoluti, e altri che, nonostante la firma di un autore celebrato, sono rimasti ai margini. Villaggio dei dannati rientra nella seconda categoria. Uscito nel 1995, questo horror fantascientifico diretto da John Carpenter è spesso dimenticato nelle classifiche dei suoi titoli più importanti. Eppure, a trent’anni dalla sua uscita, mostra una sorprendente attualità tematica e conserva un’atmosfera disturbante che lo rende degno di una riscoperta.

Il film è un remake del classico del 1960 tratto dal romanzo The Midwich Cuckoos di John Wyndham. Carpenter ne sposta l’ambientazione: dal villaggio inglese del film originale a una cittadina californiana apparentemente tranquilla, Midwich. In questo contesto suburbano, un blackout improvviso lascia incosciente tutta la popolazione per alcune ore. Al risveglio, tutte le donne in età fertile risultano incinte. Nove mesi dopo, nascono dieci bambini identici: biondi, glaciali, intelligenti oltre ogni misura. Ma soprattutto, pericolosi.

Uno degli elementi più riusciti di Villaggio dei dannati è la costruzione dei suoi “mostri”. Non sono zombie, né demoni, né creature della notte. Sono bambini, e proprio questo li rende ancora più spaventosi. L’aspetto angelico si scontra con uno sguardo gelido, un’intelligenza priva di empatia e la capacità di manipolare la mente degli adulti. Il loro potere si manifesta quando i loro occhi cambiano colore, segnale visivo che anticipa l’orrore. Uno dei momenti più memorabili vede il bidello Carlton cadere vittima dei loro poteri: costretto mentalmente a salire su un tetto e suicidarsi, mentre conserva la consapevolezza di ciò che sta accadendo. È una scena lenta, tesa, senza effetti speciali vistosi, ma di terrificante efficacia.

Come in molte opere di John Carpenter, anche qui il terrore non arriva dall’esterno, ma si insinua nella quotidianità. L’orrore nasce da un’idea semplice: cosa succederebbe se la nuova generazione non fosse umana? Se i nostri figli, nati da noi, non provassero alcun affetto, ma solo disprezzo? Carpenter usa la sua consueta regia misurata per evocare una tensione continua, un senso di minaccia che aleggia sulle strade, nelle scuole, persino negli ospedali.

Il regista, che ha sempre amato mischiare generi e sovvertire aspettative, infonde nella storia un tono da incubo suburbano, ricordando certe puntate di Ai confini della realtà ma con un’estetica moderna e lucida. Il cambio di ambientazione, da un villaggio inglese a una cittadina americana, amplifica la sensazione che questa storia potrebbe accadere ovunque, anche nel nostro quartiere.

All’uscita, Villaggio dei dannati fu un insuccesso: 29% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, incassi deludenti e paragoni impietosi con l’originale. Ma alcuni critici, già all’epoca, ne colsero il valore. Roger Ebert gli assegnò tre stelle su quattro, lodandone la capacità di evocare angoscia e inquietudine. Anche Janet Maslin del New York Times lo definì “il miglior horror di Carpenter da anni”.

E se il pubblico non lo capì, nemmeno il regista fu tenero con sé stesso. Carpenter dichiarò che si trattava di un lavoro nato da obblighi contrattuali, e di non essersi sentito particolarmente coinvolto. Tuttavia, la sua mano si sente eccome: nella gestione dei tempi, nel modo in cui il male si manifesta con discrezione, nel tono a metà tra tragedia e ironia.

Rivedere Villaggio dei dannati oggi significa scoprire una riflessione inquietante sull’identità, sull’infanzia e sull’alienazione. I bambini del film incarnano la paura di crescere una generazione disumanizzata, senza empatia, senza affetto. In un’epoca segnata da ansie legate al controllo, all’IA, all’influenza sociale e mediatica sui giovani, il film risuona più forte che mai.

Non è un horror d’azione, né uno splatter. È un film di atmosfera, fatto di silenzi e sguardi, in cui l’angoscia monta lentamente. E nel farlo, Villaggio dei dannati mostra tutta la maestria di un autore che, anche nei suoi lavori minori, riesce a farci sentire in pericolo nel nostro stesso mondo.

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