Louisa Clark è una ventisettenne della campagna inglese che lavora in una taverna come cameriera. È la classica esponente della working class con una famiglia semplice che ha bisogno anche dei suoi soldi per tirare a campare; è fidanzata con lo stesso rassicurante ragazzo (il Neville Paciock della saga di Harry Potter) da diversi anni e non si mai mossa dal suo paesello. Will Traynor è un trentenne bello e aitante, di ricca famiglia, con l’amore per gli sport estremi e la bella vita. Non potrebbero essere più diversi, ma il destino farà incrociare le loro strade in modo inaspettato.

Quando infatti Louisa, detta Lou, perderà il lavoro come cameriera, sarà costretta ad accettare l’impiego come assistente/badante di Will, che è diventato quadriplegico a causa di un assurdo incidente. La ragazza è totalmente digiuna di nozioni di assistenza sanitaraia, ma la madre del ragazzo – avendone intercettato il carattere solare – l’ha assunta per tentare di far rilassare Will e distorglielo da eventuali pensieri suicidi.

Louisa è un raggio di luce, un lampo improvviso di colore (coi suoi vestitini variopinti a fantasia, i pellicciotti animalier, i collant da Ape Maja) nella vita monotona, grigia e senza prospettive future di Will. All’inizio il ragazzo fa fatica a digerire quella chiassosità, quella spontaneità fin troppo solare, e si pone in conflitto con Lou, denigrandola per l’abbigliamento, il chiacchiericcio facile e l’esistenza pigra e senza stimoli.

Riuscita a infrangere la sua corazza spessa e conquistata la sua fiducia, la ragazza si sottopone a una sorta di operazione Pigmalione che rievoca consapevolmente My Fair Lady, ma il tipo di iniziazione cultural-esperienziale a cui Will sottopone Louisa non si limita a migliorarle la dizione, ma a proporle un nuovo mondo di esperienze che le permetta di dischiudersi alla vita. Lou (nel romanzo se ne spiegano anche le motivazioni) è bloccata, incapace di immaginare altri confini oltre a quelli offerti dal piccolo recinto della sua famiglia, del suo fidanzato e della sua città, ma il ricco ereditiere le farà conoscere il cinema d’autore, la musica classica, paesi esotici e soprattutto cercherà di far sviluppare in lei la voglia di sapere, da cui – le insegnerà – deriva il vero potere. Un processo di metamorfosi che, per certi versi, ricorda anche quello avvenuto per Rose con la conoscenza di Jack sul Titanic. E le somiglianze con quel film non si fermano solo alla maggior libertà e confidenza di sé che entrambe le ragazze acquisiscono nell’incontro con la controparte maschile, ma anche negli ostacoli di cui è costellato il loro amore.

La quadriplegia di Will, infatti, porta a galla nel film temi importanti come la malattia e l’eutanasia, bilanciati da una massiccia dose di umorismo innescato dalle mise variopinte di Lou, dall’ironia di Will, dal contesto famigliare spontaneo della ragazza e dalle battute brillanti della sceneggiatura messa in piedi in prima battuta dai due writer di Colpa delle stelle e – in seconda – dalla scrittrice stessa del romanzo d’origine, Jojo Moyes.

I due protagonisti, rispettivamente il Finnick Odair di Hunger Games e la Daenerys Targarien del Trono di spade, ovvero Sam Claflin ed Emilia Clarke, esulano in questo film dalle loro consuete caratterizzazioni offrendo due personalità interessanti e non stereotipate e, anche se il film procede sui binari piuttosto standard del romanticismo, si smarca con un finale spiazzante e per nulla rassicurante per un drama romance di questo calibro. Merito del coraggio dell’autrice che non ha ceduto di un passo, tenendo il punto e imponendo ai produttori il proprio finale. Claflin, in particolare, concede l’interpretazione migliore offerta a questo punto della sua carriera, un po’ alla Il mio piede sinistro, avendo i movimenti limitati a quello della testa e di qualche dito.

PS. È caldamente consigliato attrezzarsi con parecchi pacchetti di fazzolettini (come suggerisce la stessa Emilia in questa intervista), perché la lacrima è assicurata.

 

 

 

 

 

 

 

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