Una coppia di americani in vacanza nel sud della Francia (Angelina Jolie e Brad Pitt) si rifugia in un albergo sulla spiaggia, un posto così isolato che per arrivare alla reception passi con l’auto davanti alle sdraio e ti bagni le ruote. Lui è uno scrittore, lei niente, sono in crisi in tutti i modi in cui si può esserlo in due: non si parlano, non si toccano, passano le giornate a fare cose diverse – lui passeggia o sta al bar, fa la spesa, lavora un pochino, lei resta in camera a prendere il sole, dentro incredibili sottovesti. Poi la donna scopre un buco nel muro, vicino a un calorifero, e si mette a spiare i vicini, che sono giovani, superficiali e in luna di miele. E questo piccolo segreto spregevole, una volta condiviso, diventa il campo di gioco per ricostruire un interesse comune, e quindi un dialogo. Me poi le due coppie si incontrano, e non c’è un equilibrio che funzioni per tutti.

È un film-corpo By the Sea, nel senso che davvero tutto gira attorno al corpo della Jolie, operato, esibito, conteso, toccato, inquadrato addirittura dal’interno (dall’interno!). Corpo che dirige il film, e corpo messo in scena.
Lei, che con le sue trasferte umanitarie, con le sua salute in pericolo e la chirurgia preventiva, copertina dopo copertina, ha più di ogni altra portato in questi anni il territorio della star di cinema lontano dal cinema, spinge questo processo al culmine costruendosi una specie di gogna pubblica, spremendosi e spremendo il marito in un momento di assoluta crisi del divismo, con le star ridotte a inciampare a comando sui red carpet o a fotografarsi mentre si lavano i denti per attirare l’attenzione. Rilascia interviste in cui passa dal citare Truffaut e Godard, al dire che sul set era nuda, e che si sente “esposta”. Crea cioè (qui scrive, oltre a dirigere) dei non-film, ovvero film-piedistallo che richiamano la Nouvelle Vague ma che con la Nouvelle Vague non c’entrano nulla, in una Francia che non è la Francia. O film da Oscar che agli Oscar non si fila nessuno (Unbroken).

In questo senso By the Sea diventa a suo modo un film importante, nonostante i dialoghi didascalici, la recitazione impacciata, lo scenario poco credibile, e la costruzione – nella storia – di un meccanismo di cause ed effetti matrimoniali semplicistico.
Lo diventa perché è fuori dal tempo ma contemporaneo; stlizzato ma sottilmente pornografico.

Gli spettatori spiano qui la scomparsa dello star system, e lo fanno – questa sì assomiglia a un’intuizione d’autore – mentre i personaggi si spiano tra loro. Non è un caso che per tutto il tempo la Jolie – distesa per terra, o nella vasca da bagno, o in terrazzo – stia in posa, sempre in posa, grottescamente in posa, vestitissima, parruccatissima, illuminatissima, come in uno spot di Dolce e Gabbana; perché il film è l’espressione di una battaglia iconografica, la ricerca di una permanenza, il lamento di una diva che è reduce da tante cose.
By the Sea è il film voyeurista perfetto: ogni cosa, da ogni punto di vista, è spiata e si fa spiare.

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