Ben prima dello streaming, questo ambizioso sci-fi ha anticipato il futuro della serialità
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Ben prima dello streaming, questo ambizioso sci-fi ha anticipato il futuro della serialità

Un progetto visionario degli anni ’90 che ha osato temi, tono e ambizioni allora impensabili per la TV generalista

Ben prima dello streaming, questo ambizioso sci-fi ha anticipato il futuro della serialità

Un progetto visionario degli anni ’90 che ha osato temi, tono e ambizioni allora impensabili per la TV generalista

Molto prima che lo streaming ridefinisse il concetto di serialità “di prestigio”, la televisione generalista aveva già tentato una strada sorprendentemente audace. Un esempio emblematico è SeaQuest – Odissea negli abissi, una serie sci-fi che, nei primi anni ’90, provò a portare la fantascienza televisiva su un terreno più serio, tematico e ambizioso rispetto agli standard dell’epoca.

Quando debutta su NBC nel 1993, SeaQuest nasce con aspettative insolitamente alte. Creata da Rockne S. O’Bannon e sostenuta nelle sue fasi iniziali da Steven Spielberg, la serie sceglie di guardare al futuro non attraverso l’esplorazione dello spazio, ma delle profondità marine. Un cambio di prospettiva tutt’altro che casuale, che riflette le ansie ambientali e geopolitiche di fine secolo, anticipando temi che sarebbero diventati centrali solo molti anni dopo.

L’ambientazione immagina un mondo in cui le risorse terrestri sono ormai esaurite e l’umanità è costretta a colonizzare gli oceani. Questi nuovi territori sommersi vengono gestiti da un governo globale, la United Earth Oceans Organization, che affida la loro tutela al seaQuest DSV 4600, il sottomarino più avanzato mai costruito. Fin dalle prime puntate, la serie chiarisce la propria intenzione: usare la fantascienza come strumento per interrogarsi sul presente, più che per offrire semplice evasione.

A guidare l’equipaggio è il capitano Nathan Bridger, interpretato da Roy Scheider, un protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroe d’azione. Bridger è uno scienziato, un uomo segnato dal lutto e dalla disillusione, che affronta le missioni con cautela e senso di responsabilità. Questa caratterizzazione contribuisce a dare alla serie un tono sorprendentemente sobrio e riflessivo, soprattutto nella prima stagione, dove il conflitto non è quasi mai risolto con la forza.

Anche la composizione dell’equipaggio rivela l’ambizione del progetto. SeaQuest DSV non si limita a mettere in scena una struttura militare, ma affianca ufficiali, ricercatori, tecnici e figure civili. Il personaggio di Lucas Wolenczak, giovane prodigio dell’informatica, non è un semplice elemento decorativo, ma una risorsa fondamentale per la nave e per la narrazione. La serie valorizza il sapere scientifico e la cooperazione, elementi che raramente avevano un ruolo centrale nella fantascienza televisiva mainstream.

La prima stagione resta quella che meglio incarna la visione originale dello show. Le storie affrontano questioni ambientali, crisi ecologiche, dispute territoriali e dilemmi etici legati alla gestione di un mondo in continua trasformazione. Il tutto con un’attenzione particolare alla plausibilità scientifica, che rende SeaQuest DSV sorprendentemente misurata e “realistica” per una produzione dei primi anni ’90.

Anche dal punto di vista produttivo, la serie punta in alto. I set del sottomarino sono ampi e dettagliati, la scenografia contribuisce a creare un senso di immersione costante e la colonna sonora rafforza la dimensione epica del racconto. È un investimento visivo che anticipa quella cura formale che diventerà una delle cifre distintive della serialità moderna.

Con il passare delle stagioni, però, l’identità di SeaQuest DSV inizia a frammentarsi. Le difficoltà negli ascolti spingono NBC a intervenire, modificando tono e struttura della serie. La seconda stagione accentua gli elementi più spettacolari e fantascientifici, mentre la terza, ribattezzata SeaQuest 2032, compie un salto temporale e adotta un’impostazione più cupa e militarizzata. Il tentativo di reinventarsi non basta a invertire la tendenza, e la serie viene cancellata nel 1996, lasciando la sua ambizione parzialmente incompiuta.

Rivedere oggi SeaQuest DSV significa però riconoscere un esperimento fondamentale nella storia della televisione. Pur con tutte le sue contraddizioni, la serie anticipa molti elementi che oggi diamo per scontati: la volontà di costruire un mondo coerente, l’attenzione ai temi sociali, la centralità dei personaggi e l’idea di una narrazione pensata sul lungo periodo.

Forse SeaQuest DSV non è riuscita a diventare il modello definitivo che avrebbe voluto essere, ma il suo coraggio resta evidente. Ben prima dello streaming e della prestige TV, aveva già intuito che la fantascienza televisiva poteva aspirare a qualcosa di più ambizioso. Ed è proprio questa intuizione, più che il suo successo immediato, a renderla ancora oggi degna di essere riscoperta.

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Fonte: Collider

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