Ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi…

Inizia così uno dei monologhi più celebri della storia del cinema, forse il più citato in assoluto, quello che il filosofo Mark Rowlands ha descritto come «il più toccante soliloquio di morte nella settima arte». Tra le immagini di un futuro oscuro, fatto di conflitti a fuoco, disparità sociali e ricordi perduti, l’androide Roy Batty (Rutger Hauer, che come ormai noto improvvisò le sue battute alterando il copione) rivelava in punto di morte tutta la sua paradossale umanità, mentre l’ex cacciatore di taglie Rick Deckard lo osservava pietrificato, sotto la pioggia, intento a riflettere sul senso della propria salvezza e della propria intera esistenza. 

Sono trascorsi poco più di 35 anni (era il 25 giugno 1982) dall’uscita nelle sale americane di Blade Runner, la pellicola diretta da Ridley Scott ispirata a un romanzo di Philip K. Dick (Il cacciatore di androidi, anche se la traduzione corretta dall’originale dickiano sarebbe stata Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) che ha rivoluzionato per sempre la fantascienza. Eppure, alla sua uscita, l’accoglienza al box office USA fu più che tiepida. Andò meglio nel resto del mondo, e il film diventò, con il tempo, il classico che conosciamo. Ne sono state realizzate sette versioni, inclusa la Director’s Cut che nel 1992, introducendo la sequenza onirica dell’unicorno, ha instillato nel pubblico il dubbio che lo stesso Deckard sia, in realtà, un replicante. «Avrebbe dovuto essere un film a sé, ma ci sono ancora così tante cose da esplorare. Non saremmo mai riusciti a condensarle in due ore» ha spiegato Scott, il quale, nelle vesti di produttore esecutivo di Blade Runner 2049 (nelle sale italiane dal 5 ottobre), è ora pronto a condurci di nuovo nella Los Angeles del futuro (per quella del 2019 si ispirò ai grattacieli di Hong Kong e alle architetture di New York). L’attesa è stata lunga, ma stiamo per mettere piede in un mondo dove nulla è a misura d’uomo, dove i luoghi sono troppo vasti e gli edifici troppo immensi per intravederne la cima a occhio nudo. O forse è solo colpa della nebbia che annulla gli orizzonti e di quella pioggia battente che non ha mai smesso di cadere. 

Nel sequel, ambientato alcuni decenni dopo l’originale, le condizioni climatiche sono peggiorate: l’ecosistema è collassato, al punto che la California è coperta da una fitta coltre di neve. In questo futuro distopico, la Terra è un pianeta ancora più difficile, con i palazzi utilizzati come bunker per la sopravvivenza…

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